Il Festival che non ho visto, la musica che ho ascoltato

Mahmood è il vincitore della 69° edizione di Sanremo. Che suono rimarrà di questo Festival?

Di David Della Scala

 

E così tra i consueti “figurati se guardo Sanremo” e  “quest’anno faceva più schifo dell’anno scorso”, si è conclusa anche la 69° edizione del festival dei fiori con una media di 8 o 9 milioni di italiani che vuoi per consuetudine, vuoi per curiosità o giusto per fare un po’ di zapping dell’orrore si sono sintonizzati su Rai uno per somministrarsi la loro dose  di kermesse canora annuale e soprattutto godersi la solita pantomima di polemiche e inconvenienti che ogni anno ne rappresentano il sale. Ma se questa edizione sin dalla prima conferenza stampa era partita sotto i migliori (ovvero i peggiori) auspici, con il direttore artistico Claudio Baglioni accusato di dichiarazioni fuori luogo a proposito delle politiche del governo in materia di immigrazione, chi attendeva complicazioni e colpi di scena sul palco dell’Ariston è rimasto tristemente a bocca asciutta.

Claudio Baglioni, barricato dietro la smussata comicità di Claudio Bisio e la temperata professionalità delle performance di Virginia Raffaele non ha dato soddisfazione a chi lo voleva disposto a battagliare contro le contestazioni iniziali e serata dopo serata ha condotto il Festival verso l’agognata conclusione.  E quindi noia, siparietti e brutte trovate degli autori gettate come tante piccole insipide Anna Karenina sotto i treni delle echo chamber gestite dagli stagisti dei vari uffici stampa nel tentativo di trovare qualcosa di cui parlare: Ornella Vannoni nel suo coming out da rincoglionita, gli ospiti internazionali trattati come sconosciuti riempitori di spazi, 40 minuti di show lasciati alla gestione di Fabio Rovazzi come se fosse Roberto Benigni, il duetto geriatrico dei pianoforti di Venditti e il signor direttore Baglioni. Una delusione? Certo e quindi, grazie a Dio, un Festival come Dio comanda. Nervoso, mal gestito e frettoloso come da manuale.

Ma tra la sporcizia e la grossolanità che sono le cifre di Sanremo, il secondo Festival condotto e diretto da Baglioni nasconde qualcosa di stimolante e sorprendente: la scelta delle canzoni in gara.

Da tanti anni la vetrina musicale di Sanremo si affanna nel tentativo di essere ciò che non potrà mai essere: una panoramica sullo stato della canzone italiana. E da trent’anni il copione prevede di gettare artisti giovani nell’arena con i vecchi invincibili dinosauri. Vince sempre il dinosauro o al limite il giovane che sa fare il verso del fossile. Ma stavolta nell’arena non ci sono vecchi rettili, ma tuttalpiù esperti professionisti come Daniele Silvestri, Simone Cristicchi o raffinati gladiatori d’esperienza come Patty Pravo e Loredana Bertè che vuoi o non vuoi hanno rappresentato elementi di rottura nella tradizione di Sanremo.  Certo ci sono quei partecipanti più o meno giovani che hanno ben preparato il loro compitino Sanremino, come Ultimo con la sua ballata dalle frasi intercambiabili, Francesco Renga che da anni ricerca un suo spazio di raffinatezza tecnica vocale, Nigiotti col suo cantato parlato dal sapore anni 90…ma la battaglia, quella vera che colora il festival è tra gli outsider.

Silvestri e Cristicchi col loro cantautorato di qualità ma già un po’ datato se la devono vedere con le interminabili strofe di Appino degli Zen Circus e la sua difficile e bellissima L’amore è una Dittatura e con la quadrata poesia in stile Piero Ciampi di Motta con Dov’è L’italia. E se parlare di qualità a Sanremo è fuori luogo e vogliamo spostare la contesa sui guilty pleusure, il sornione melodismo de La musica che resta de Il Volo ci fa vomitare e preferiamo di gran lunga cantare a squarciagola (dopo aver alzato i finestrini della macchina in modo che nessuno al semaforo ci possa sentire) le lascive parole di Achille Lauro e della sua tamarra Rolls Royce, che tanto per chiarire: si è vero, parla di ecstasy e pensare che è stata cantata a Sanremo ci fa ridere, divertire e sballare… di brutto.

Alla fine la spunta  Mahmood con Soldi e il suo sound un po’ ruffianello, con la sua voce piena di melismi sempre un po’ indietro sul ritmo che sa di costruito a tavolino in un talent show. Ma del resto Sanremo non accontenta nessuno. Eppure ora che sono finiti questi giorni di “figurati se guardo Sanremo”, un dubbio rimane: non sarebbe meglio, almeno per una volta…ascoltarlo?