Le mie due Frida, oltre l’icona

La Compagnia Ayrè torna col suo Amor Y Revolucion al Teatro Di Rifredi: ed è ancora tutto esaurito. La nostra intervista con la regista Matilde Sanquerin.

 

Di David Della Scala

 

Stasera il Teatro di Rifredi ospiterà per la seconda volta uno spettacolo che sta diventando un piccolo fenomeno di culto: Amor y Revolución. Frida Kahlo, vita di lotta e passione. Ideata e messa in scena dalla compagnia Ayrè questa piece di teatro musicale ruota intorno alla vita di Frida Kahlo. Pittrice, poetessa, rivoluzionaria e irrimediabilmente…icona. Con tutto quello che ne consegue, nel bene e nel male. La figura dell’artista messicana, con la sua vitalità sensuale e dirompente imprigionata nel suo piccolo corpo martoriato dal dolore fisico continua ad affascinare, a stimolare la curiosità tanto che anche questa data di Amor Y Revolucion registra il tutto esaurito. La ricetta proposta dagli attori e i musicisti della compagnia Ayrè è intrigante: due attrici,  Lucia Agostino e Claudia Campolmi si dividono il ruolo di Frida e un gruppo di validi musicisti, i Puerto Sureño si incaricano di colorare le atmosfere dello spettacolo con canzoni e suggestioni sonore di quel Messico rivoluzionario e palpitante che il pubblico si aspetta di sentire. Insomma, tutto sembrerebbe orchestrato per fornire alla platea quell’icona, quella Frida da istagram che la gente ha voglia di farsi somministrare. Eppure quando abbiamo raggiunto al telefono Matilde Sanquerin, regista e autrice di Amor Y Revolucion, il suo ragionamento su Frida ci ha fatto presagire che questo spettacolo potrebbe sorprendere e offrire un punto di vista inedito, al di là dell’iconografia da t-shirt…

 

Matilde, partiamo dal titolo: Amor Y Revolucion. Amore e rivoluzione vanno di pari passo o sono due concetti separati, in antitesi?

Se parliamo di Frida vanno assolutamente di pari passo. Quando ho cominciato a scrivere il testo, a studiare il personaggio l’idea era quella di fare uno spettacolo che fosse incentrato su un particolare aspetto della sua vita. Quindi avevo scelto il tema della rivoluzione in senso ampio, di trattare dell’impegno politico e sociale di Frida. Ma cercando nei testi mi sono resa conto di quanto questo non fosse assolutamente scindibile dal suo approccio  all’amore, alla vita. Non c’è modo di mettere da una parte il suo impegno e dall’altra Diego Rivera, che era il segretario del partito comunista messicano ma anche il personaggio centrale della sua vita.

E per preparare questo testo sei partita proprio da degli scritti originali di Frida Kahlo… 

Si. Ci sono delle lettere che ho inserito direttamente nello spettacolo e poi ci sono le poesie, le pagine del diario di Frida. C’è moltissino materiale originale e quindi non c’è stato bisogno di inventarsi molto: è stato più un lavoro per rendere tutto più coerente, per far sì che questi scritti costituissero non una semplice lettura, ma una storia vera e propria.

E quando hai inziato a maneggiare tutto questo materiale su Frida, c’è qualcosa che ti ha sorpreso, che non ti aspettavi di trovare?

Le lettere. Si potrebbe pensare che siano un tipo di materiale meno intrigante e invece da queste viene fuori al cento percento la sua personalità più quotidiana. Nei testi poetici c’è sempre la parte più struggente, quella più artificiosa di Frida e invece nelle lettere si sente il suo modo di parlare, come ad esempio il mescolare lingue straniere: ci sono parole in inglese un po’ buttate là ma che hanno un effetto divertente. Ne viene fuori una personalità gradevole, simpatica, capace di un’ironia che vista la sua storia…Le lettere sono gli scritti che mi hanno sorpreso di più: le ho sentite veramente molto umane, molto vicine. Quando si parla di personaggi che negli anni sono stati così mitizzati, che come Frida sono divenuti un’icona pop, si perde un po’ di vista il punto di partenza. E uno degli obbiettivi dello spettacolo è proprio quello di mostrare la parte di lei che spesso non emerge, che non viene raccontata.

In Amor Y Revolucion sul palco ci sono non una, ma due Frida. Ci spieghi chi sono?

I costumi che le due attici portano in scena sono quelli delle due Frida rappresentate nel suo celebre autoritratto doppio. Nello spettacolo una è la parte più narrativa, quella che nei suoi ultimi anni racconta gli eventi della sua vita a quello che potrebbe essere un biografo o uno psiconalista; l’altra è la parte più intima di Frida che lei richiama nel suo racconto ripercorrendo alcune fasi, rievocando ricordi che appartengono alla sfera dei sentimenti. E quest’ultima Frida è quella che canta, che recita le parti più poetiche. Per capire come distribuire gli argomenti  mi sono ispirata a quel quadro proprio perchè rappresentava l’alterità, la dualità di Frida.

Insieme alle parole in questo spettacolo c’è molta musica. Parlaci un po’ delle canzoni, come le avete scelte?

In scena ci sono fondamentalmente brani del periodo di Frida. C’è un brano tradizionale della rivoluzione messicana, Adenita, e diversi pezzi di  Chavela Vargas, una delle cantautrici messicane più famose del 900, che per un lungo periodo della sua lunga vita è stata amica e amante di Frida e della quale mi sembrava doveroso inserire più di un richiamo. E poi, lo ammetto,  ci sono poi un paio di brani estratti dal film di Julie Taymor con Salma Hayek che comunque ha una colonna sonora strepitosa. Mentre lavoravo al progetto le sue immagini mi ritornavano in mente e scrivendo lo spettacolo non sono riuscita ad ignorarle.

Be’…dopotutto quel film ha contribuito ad arricchire l’immaginario su Frida Kahlo con un’attenzione tutt’altro che scontata…

No, infatti. Tant’è che poi ho scoperto che la sceneggiatura è stata scritta basandosi sulla biografia che ho usato anche io, quella di  Hayden Herrera. Quindi ci sta che certi input e certi stimoli siano stati recepiti nello stesso modo.

Se paragonata a quella dei muralisti messicani della prima metà del 900, primo fra tutti il marito Diego Rivera l’arte di Frida appare diversa:  ai grandi muri dove dipingere scene di un’umanità in marcia verso una nuova coscienza socialista, lei preferisce uno spazio pittorico più piccolo, più intimo…cosa stava cercando di fare Frida secondo te?

Dobbiamo partire da un dato oggettivo: Frida ha iniziato a dipingere per necessità, per mancanza di alternativa…

Dopo il famoso incidente…

Dopo il famoso incidente. Sebbene avesse già dipinto qualcosa, quella non era la sua attitudine, la sua aspirazione. Lei voleva studiare medicina ma quando ebbe quell’incidente la madre le regalò uno specchio che venne montato sul suo letto e un cavalletto speciale con il quale lei potesse dipingere quasi sdraiata. Questo è il motivo per cui i suoi quadri, almeno quelli iniziali, sono così piccoli e ritraggono se stessa. Per anni la sua figura è stata l’unica cosa che vedeva.  Questa  stata almeno la scintilla iniziale della sua arte e per quanto io non l’abbia mai affrontata nel dettaglio dal punto di vista della storia dell’arte, l’idea che mi sono fatta è che la pittura sia stata per lei un mezzo espressivo : Frida non era una pittrice, Frida era Frida…e faceva la pittrice. Per questo non poteva essere una muralista, ci sono dei quadri più grandi come appunto quello delle Due Frida, ma la sua tipologia di pittura era qualcosa di più intimo che non necessariamente era rivolto alla collettività. Ricollegandomi al titolo Amor Y Revolucion, all’inizio dello spettacolo c’è una frase in cui Frida dice cos’è per lei la rivoluzione: “La rivoluzione è l’armonia delle forme e del colore. Tutto esiste e si muove sotto una sola legge: la vita”. La rivoluzione diventa un concetto filosofico più che politico, come secondo me, la pittura. Un’occasione colta per far uscire delle cose che… dovevano venir fuori.

Ricordo che l’amico Breton cercò di affibbiarle in tutti i modi l’etichetta di surrealista…

Frida diceva “io non sono una surrealista, dipingo i sogni”. Ed era la sua realtà. Nei suoi dipinti ci sono degli elementi non naturalistici, anche onirici ma rappresentano sempre una ricerca di qualcosa che lei ha dentro. Alla fine del mio studio sul personaggio mi sono convinta che tutto quello che Frida faceva lo faceva allo scopo di incanalare questa passionalità che lei aveva nonostante tutte le tragedie che la investirono e alle quali reagì con una potenza che da qualche parte doveva pur andare. E quindi l’impegno politico, quindi la pittura, quindi le storie d’amore. Quella con Diego Rivera è stata la più importante, ma ce ne sono state altre e molto potenti. E anche quelle fanno parte di una ricerca dell’espressione di sé e un tentativo di canalizzare questa energia  artistica, creativa.

Quando si parla degli artisti sudamericani, della loro arte e del loro impegno politico si deve sempre fare i conti con un terzo incomodo un po’odioso: gli Stati uniti. Eppure sembra che Rivera e la stessa Frida Kahlo abbiano sentito il bisogno di confrontarsi con quell’intelligentia che sebbene critica, magari dissidente, rimaneva l’intelligentia dello stato dominante. Cosa hanno rappresentato gli Stati Uniti nel percorso di Frida?

Frida in realtà non si è mai eccessivamente appassionata agli Stati uniti. A differenza di Diego, che li frequentava molto volentieri.  Lì era celebrato e osannato come artista a dei livelli impensabili in Messico perchè, si sa, nessuno è profeta in patria. Lo divertiva soprattutto il fatto di essere famoso per opere che richiamavano costantemente quegli ideali socialisti e comunisti  che la società americana rigettava ma per le quali Diego negli Stati Uniti era ricercato e strapagato. Per Frida invece era diverso:  in una delle sue  lettere  che fanno parte dello spettacolo parla del suo rapporto con gli States e ne dice di cotte e di crude sugli americani… che non sanno neanche sbronzarsi come si deve con i loro piccoli, piccolissimi cocktail. Andò negli Stati Uniti solo per seguire Diego nei suoi lavori e tra l’altro fu lì che avvenne il suo secondo aborto. E quindi no. Frida non era sicuramente una grande fan degli Usa.

Amor Y Revolucion è il primo progetto della compagnia Ayer e leggo che il vostro è un teatro musicale. In Italia quando si parla di musica a teatro si pensa al musical o al teatro canzone di Gaber: voi che tipo di teatro musicale avete in mente? E poi, continuerete su questa strada?

Be’ la gente comincia a chiederci: “Si, ma il prossimo?” Stiamo cercando di capire come proseguire. Guarda, il teatro musicale è venuto fuori abbastanza naturalmente. Questa è la mia prima regia, la mia prima scrittura. Sono partita veramente dal niente e con tutta un’altra idea perché all’inizio doveva essere una specie di reading con un paio di brani, una cosa molto più semplice, anche per un pubblico diverso, un teatro diverso. Però è stato incredibilmente naturale come si è evoluto in quello che poi è venuto fuori. Mi piace pensare che l’apporto della musica sia molto naturale ed integrato: non è un musical dove ci sono coriografie, dove tutto è costruito. La musica è un tappeto che sottolinea molto della storia e del personaggio e che da delle sfumature che senza musica non sarebbero possibili. Anche perché si parla di Frida, si parla di Messico e la musica ha un’importanza che probabilmente se  raccontassi un artista europeo sarebbe meno contestualizzata. Però mi è piaciuta e a quanto ci dicono è piaciuta al pubblico questa musica così integrata nella narrazione e nella storia. Mi piacerebbe fare qualche altra cosa in questa direzione: dove per far capire meglio quello che si vuole dire serva la musica e che sia parte imprescindibile della storia e del personaggio. Il teatro canzone di Gaber è tutta un’altra storia: lì c’è il monologo diretto al pubblico, quarta parete che non c’è. Non è quello che abbiamo in mente.

E allora… parlerai ancora di Sud America?

Non lo so. Ci sono tante idee embrionali, ma… non vorrei ripetermi, questo si. In realtà mi piacerebbe andare da altre parti, anche che non siano parti geografiche. Raccontare la storia di qualcuno, raccontare una storia inventata. Ci sono veramente tante porte aperte.