Lo Monaco provoca e incanta i fiorentini col suo Pirandello

 

Al Teatro della Pergola Sebastiano Lo Monaco affronta il pubblico con le armi dell’ironia: uno spettacolo aperto, una riflessione sulle origini del linguaggio teatrale italiano

 

Di David Della Scala

L’appuntamento a teatro con il recital di Sebastiano Lo Monaco “Io e Pirandello” aveva tutto il sapore di un evento vagamente istituzionale, l’ennesima occasione per celebrare la carriera di un attore e la sua relazione con un autore importante, uno di quegli autori che solo a pronunciarne il nome le mosche smettono di volare e ogni discussione si interrompe nel più ossequioso dei silenzi. Un frangente in cui, insomma, non si può far altro che sedere in platea, far finta di leggere la brochure, scambiare quattro chiacchiere col vicino di posto per far mostra della nostra consapevolezza in merito al lavoro di quell’attore e di quegli altissimi testi e quindi massaggiarsi il mento in attesa del buio in sala, dell’inizio dello spettacolo e come in genere avviene in questi casi…di venir traghettati nella noia più assoluta.

Ma poi è apparso lui, Sebastiano Lo Monaco e qualunque cosa il pubblico della Pergola si aspettasse, qualunque appiglio di sicurezza che il titolo dello spettacolo poteva lasciar presagire è stato immediatamente e piacevolmente disinnescato. Lo Monaco ha offerto fin da subito uno spettacolo aperto, incalzando il pubblico con i meccanismi di quella grammatica a volte poco citata, ma centrale nel discorso di Pirandello: l’ironia, la provocazione.

E così la platea fiorentina viene punzecchiata nel modo più pruriginoso che possa essere rivolto ai supposti eredi della lingua di Dante: dopo aver declamato il canto di Paolo e Francesca con una lieve inflessione siciliana, Lo Monaco chiede al pubblico di valutare la sua interpretazione e soprattutto la sua pronuncia.  E quando iniziano a sollevarsi le critiche, dapprima timide poi sempre più ardite, l’attore  sbatte in faccia a tutti la sua provocazione, il seme di una riflessione scomoda. Ma davvero noi fiorentini possiamo arrogarci  il titolo di creatori della lingua italiana, ma soprattutto è mai esistito l’italiano? Lo Monaco si produce in declamazioni dell’infinito di Leopardi in marchigiano, di Montale in genovese e racconta aneddoti della sua formazione all’Accademia d’arte Drammatica Silvio D’Amico a Roma, dove il dialetto dei giovani studenti provenienti da Milano o dal sud Italia era visto come uno scoglio, una barriera da superare per la costruzione di una lingua teatrale italiana unificata…e se appunto la lingua italiana fosse solo una convenzione, dove dovremmo ricercare i nostri valori fondanti, originari?

La risposta che Sebastiano Lo Monaco offre in “Io e Pirandello” per questa domanda è: nel teatro greco di Siracusa. Da lì parte la sua riflessione, il suo  tracciare una linea che unisca le tragedie di Sofocle e Euripide al teatro psicologico e sociale di Pirandello . Tra la narrazione autobiografica, il confronto e scontro con il pubblico e la riproposta di alcuni dei suoi potentissimi monologhi (l’invettiva di Edipo contro Tiresia, Agamennone e Ifigenia, le corde di Ciampa nel Berretto a Sonagli, la pazzia di Enrico IV, un monologo su Giovanni Falcone di Pietro Grasso) Lo Monaco indugia nella retorica, incanta con la sua capacità di affabulazione, si diverte ad accendere piccoli focolari di antipatia in platea per poi mettere a tacere tutto e tutti di fronte alla potenza della sua drammaturgia, della sua mimica, della sua impareggiabile voce.

L’impianto scenico curato da Massimo Voghera, realizzato con la collaborazione degli studenti dei corsi di scenografia dell’ Accademia Albertina delle Belle Arti di Torino con i manichini che richiamano i personaggi in cerca d’autore, il commento sonoro e le immagini proiettate sullo sfondo offrono nella loro scarna semplicità coraggiosamente scolastica un valido supporto all’immediatezza di questo Recital per attore solo.

La reazione del pubblico è varia, discontinua, stimolata e stimolante. Nel bene e nel male. Segno evidente che dove si aspettava un’ingessata confortevolezza, ci si è sorprendetemente imbattuti invece in una rappresentazione viva e non scontata. Certamente dal punto di vista strutturale si potrebbero avanzare alcune perplessità:        “Io e Pirandello” , come spesso avviene per molti spettacoli che vengono proposti come celebrativi di qualche ricorrenza (in questo caso i 150 anni dalla nascita del drammaturgo siciliano che ricorrevano nel giugno dell’anno scorso) è un testo che a tratti appare un po’ stiracchiato, nel quale alcuni elementi sembrano inseriti forzatamente. Ed è lo stesso Lo Monaco a dichiararlo apertamente: “si sarebbe potuto chiamare…Io e Shakespeare, io e Sofocle.”

Ma a  un attore che con Pirandello coltiva da anni un rapporto  complesso, non dettato solo dalla reverenza dovuta ad un grande maestro ma piuttosto strutturato su una frequentazione costante e su un profondo lavoro di indagine sui suoi temi, non solo si può concedere licenza di utilizzare il nome di Luigi Pirandello come pretesto per affrontare un discorso teatrale “altro”, ma è per noi più proficuo che doveroso offrirgli attenzione. Lo Monaco è un contenitore vivente del messaggio Pirandelliano, che per quanto segnante per la sua carriera è solo una delle risonanze nel suo percorso che parte dall’ancestrale potenza del teatro classico.

Perché il lavoro di un autore, per quanto importante finisce nel momento in cui ha vergato l’ultima parola del testo scritto. Poi inizia quello dell’attore: e la complessa trasformazione attraverso la quale il verbo si fa carne.