Nerium Park e il contemporaneo possibile

Di David Della Scala

Contemporaneo è una parola molto lunga. Neanche il tempo di pronunciarla o di scriverla e ciò che fino ad un attimo prima ci sembrava contemporaneo, un attimo dopo non lo è già più. Sarà che per dare una definizione a qualcosa, magari ad un’opera d’arte serve tempo. E visto che il tempo ha quel viziaccio brutto di scorrere, un’opera d’arte può essere definita in tanti modi ma con buona pace dei redattori e degli affezionati lettori della terza pagina, veramente contemporanea non lo sarà mai.

Salvo eccezioni, naturlamente. Non so se a Josep Maria Mirò interessi o meno essere definito contemporaneo, ma assistendo al Teatro Di Rifedi alla messa in scena del suo Nerium Park prodotto dal Nuovo Teatro Sanità di Napoli mi sono imbattuto in un testo dove non solo vengono maneggiati concetti talmente attuali da non poter offrire la sicurezza della distanza storica, ma nel quale traspare un grande senso di responsabilità nel cercare una strada, un meccanismo anche formale per descrivere la contemporaneità e persino superarla.

La storia di Marta e Bruno (Gerard nel testo originale), una giovane coppia dal futuro promettente, con i loro due ottimi impieghi, la loro affettività accondiscendente e confinata nel gioco delle parti, è la cronaca di uno spazio buio che potrebbe essere collocato tra l’ultima foto felice postata su un profilo e la disconnessione finale. Raccontata per quadri, come il diario di bordo di una nave alla deriva inizia con l’acquisto di un appartamento prestigioso in un complesso residenziale lontano dalla città, pronto ad accogliere decine di coppie come loro, ma del quale Marta e Bruno sono gli unici occupanti. Una prigionia a tutti gli effetti ma che la concessione di un mutuo trentennale ha reso appetibile, desiderabile e infine possibile.

Già dall’antefatto, Mirò propone un’immagine di grande potenza: quella di una società che vede nella fuga dalla centralità della vita e nell’autoisolamento la realizzazione di un sogno. Una società alla quale è stato fatto credere che le traiettorie verticali di ascensione verso l’alto o caduta verso il basso non abbiano più valore e addirittura non esistano, promuovendo soltanto la distribuzione orizzontale dell’esistenza come libertà di autodeterminarsi. E naturalmente il denaro, che nella totale incertezza sulla propria utilità nella vita e nel lavoro è contemporaneamente il fine, il mezzo per il raggiungimento della felicità e l’unico metro per misurare il valore di ogni obbiettivo. Così finalmente soli in quell’appartamento costoso lontano da tutto e da tutti, Bruno e Marta si illudono di essere pionieri, ma si ritroveranno presto naufraghi.

Nerium Park è un testo scarno, essenziale dove ogni parola dei suoi due personaggi ha un valore preciso. Ogni parola e ogni silenzio. La struttura narrativa a quadri offre allo spettatore il tempo di pensare, instaurando con lui un tacito dialogo che lontano da ogni trappola retorica o artificio di immedesimazione si basa sull’esposizione e sull’osservazione della vicenda che mano a mano rivela la sua natura simbolica, metaforica.

L’ambiente in scena è naturalmente quello dell’appartamento di Nerium Park: minimale, freddo, elegante e impersonale. Lì la regia di Mario Gelardi dirige puntualmente i due attori, Chiara Baffi e Alessandro Palladino che dialogando sul palco e fuoriscena e gettando sguardi al di là della quarta parete oltre l’immaginaria finestra sul cortile costruiscono nell’immaginazione degli spettatori l’intera ambientazione circostante a quella stanza. Nel destreggiarsi con questo testo non facile (nella traduzione di Angelo Savelli che oltre che Nerium Park ha tradotto molti altri lavori di Mirò, raccolti nel volume Teatro, edito da Cue Press) gli attori sanno restituirne la tonalità emotiva. Ma se Alessandro Palladino sorprende per la misura e la capacità di traghettare il pubblico e il suo Bruno attraverso la parabola del personaggio, la Marta di Chiara Baffi a causa di qualche spinta eccessiva dal punto di vista del ritmo e della carica interpretativa non sempre riesce a mantenere il registro necessario a tenere in tensione il tessuto dei dialoghi.

Nerium Park di Josep Maria Mirò è esempio di un teatro al quale non basta mettere il cappello su certi temi per poi alzare le mani e lasciarli in balia delle speculazioni metaculturali in attesa che il tempo li cristallizzi, ma che sente l’urgenza di farsi strumento di osservazione, un laboratorio che produca non solo sollievo ma anche soluzioni per il malessere sociale. E quantomeno cercare di essere… contemporaneo