Takahiro Fujita cerca una dimora per il tempo

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

 

Al Teatro Studio di Scandicci la compagnia di attori giapponesi e italiani Mum & Gipsy mette in scena “Il Mio Tempo” di Takahiro Fujita.

Di David Della Scala

Dov’è il tempo?  Qualcuno ha scritto che il tempo non è un oggetto, ma un’idea. Quindi se volessimo dar retta a questo qualcuno dovremmo cercare il tempo nel luogo dove le idee albergano. Dentro di noi? Be’, niente male come risposta. Peccato che il tempo sarà pure un’idea, ma per definizione è anche una misura. E una misura ha valore solo quando è riconosciuta da più persone. Va bene, ma allora… dov’ è il tempo?

In “Different Shape” Takahiro Fujita tenta di costruire per il tempo una dimora. Erede di quel teatro colloquiale pensato da Oriza Hirata per rifondare una drammaturgia giapponese che adotti un linguaggio e un immaginario del quotidiano, Fujita ha inziato il lungo lavoro di preparazione d questo spettacolo sottoponendo per prima cosa i quattro attori nipponici e i quattro attori italiani della sua compagnia Mum & Gipsy a delle interviste in merito alle immagini del loro vissuto, ai loro ricordi. Il materiale ottenuto da questa operazione è stato poi adattato e riproposto agli attori come parte integrante della sceneggiatura. Un espediente certamente stimolante ma anche molto invasivo per l’emotività degli otto interpreti che in “Il mio tempo” (questo il titolo in italiano) non solo si ritrovano in bocca le loro stesse parole che la scrittura di Fujita ha tramutato in ritornelli ricorrenti durante la rappresentazione, ma  devono anche fare i conti con il dirompente dinamismo del teatro del giovane autore giapponese.

Nelle vicende dell’albergo sospeso chissà dove sul finire dell’estate si alternano infatti il diafano di momenti eterei e poetici e il turbinio colorato e grottesco di iperboliche scene dal sapore “fumettoso” (come il surreale attacco di un esercito di cani randagi che costringe tutti i personaggi ad una rocambolesca fuga). Un intrecciarsi di linee narrative che costringe ogni avventore dell’hotel a misurare il proprio indistinto tempo interiore con quello degli altri.

La scelta di far recitare sia i membri giapponesi che quelli italiani della compagnia nelle loro rispettive lingue, proiettando sullo sfondo le traduzioni  in italiano, è un uovo di Colombo che oltre a proporre un naturale scambio interculturale stimola la curiosità sull’effetto che questo spettacolo “meticcio” può aver suscitato, a parti invertite davanti a un pubblico giapponese. Ma parlando di quello che abbiamo potuto vedere al Teatro Studio di Scandicci, l’interplay fra i due gruppi di attori ha generato un contrasto di modalità e intenzioni interpretative.  Aya Ogiwara, Ayumi Narita, Satoshi Hasatani e Yuriko Kawasaki (quest’ultima  in particolare splendidamente incisiva nell’utilizzo della sua fisicità e gestualità) pur nella diversità dei loro stili recitativi appaiono compatti, di una puntualità quasi marziale rispetto all’azione scenica. Dall’altro lato gli interpreti italiani ai quali Fujita ha affidato ruoli più dinamici e più esplicitamente narrativi, offrono invece un’interpretazione più emotiva, meno controllata.

Ora, questo contrasto è naturale e persino auspicabile e nei momenti più riusciti dello spettacolo diviene una risorsa efficace in grado di produrre non poche emozioni. Tuttavia nel mettere in scena questo testo difficile, impegnativo intellettualmente e fisicamente, dove gli attori sono in prima persona impiegati nella costruzione dell’ambientazione tramite lo spostamento degli oggetti di scena, oltre che nella tessitura del ritmo narrativo attraverso l’attenta misura dei gesti, dei movimenti e delle parole, traspare anche una certa preoccupazione e una fatica che da un lato si traduce in un rigido rigore e dall’altro provoca qualche sbafatura.

Peccato, perché al di là degli immaginari retroscena sul laboratorio che ha prodotto lo spettacolo, il dialogo teatrale ed emotivo tra gli attori giapponesi e italiani de  “Il mio tempo” c’è, ed è estremamente vivo. Giacomo Bogani, pur concedendosi qualche spinta sopra alle righe rispetto al registro complessivo, attua uno scambio di intelligenti provocazioni con Ayumi Narita e Satoshi Hasatani che vengono ben raccolte e modulate, e sopratutto stupisce con la sapiente misura nel tratteggiare la faccia tosta del suo personaggio.  La cuoca attenta e precisina di Camilla Bonacchi nella quale i modi affettati convivono con la sincerità dello slancio umano, è credibile e adorabile. Andrea Falcone nel ruolo del portiere-custode dell’albergo e dunque principale voce narrante della storia, pur concentrandosi più sulla sua vena affabulatoria e autoriale che su quella attoriale rivela una fisicità interessante che attira lo sguardo e ben adempie al suo ruolo di perno nell’azione di tutti gli altri attori che gli ruotano attorno. E infine Sara Fallani,  che con la sua viaggiatrice pensierosa, disposta all’ascolto e al confronto con gli altri personaggi / attori della storia, giapponesi e non, è  al contempo scrigno di un’ emotività che affascina col pudore del non detto.

E poi naturalmente, il grande protagonista di questa storia: il tempo. Durante il racconto le scene vengono ripetute, mostrate da altre angolazioni visive e concettuali: i pochi oggetti di scena riallestiti per offrire un nuovo punto di vista e le frasi pronunciate dagli attori reinterpretate per svelarne nuovi significati, come in un giallo psicologico. Ed ecco che nel ripetersi dei gesti sempre attraverso nuove prospettive il tempo cessa di essere un’idea astratta, una percezione soggettiva e almeno nel nido che Fujita ha costruito per lui e per noi tutti, diviene materia tangibile. Perché il tempo più che relativo è relazionale:  non esiste  “il mio tempo” ma il nostro tempo. Il tempo esiste dove può essere condiviso.

Assistere a questa rappresentazione è stata l’occasione per gettare uno sguardo su un segmento di un lavoro complesso, di un discorso ben più lungo e articolato iniziato diversi anni prima che mi mettessi a sedere in platea e che continua tutt’ora mentre sto davanti al computer a scriverne. Certo, come articolista dovrei semplicemente valutare quello che ho visto in quell’ora e mezzo: ovvero uno spettacolo suggestivo, ma oscillante tra l’innovazione formale e la giustificazione un po’ facilotta della supposta bellezza dell’informale, scarno e geniale nella messa in scena ma anche saturo di commenti sonori prepotenti, aperto nella concezione ma poi diretto con febbrile disciplina. Eppure la bellezza de “Il mio tempo” sta proprio nel fatto di quanto queste dicotomie si palesino esplicitamente e ne rivelino i limiti, offrendo tutta la fascinazione per i suoi spazi concavi, perfettibili.

Forse il mio giudizio è viziato da un’involontaria soggezione occidentale di fronte ai prodotti artistici nipponici contemporanei e in questa sede non ho né la voglia, né il coraggio di dimostrare la mia competenza a riguardo. Ma c’è una cosa sugli artisti contemporanei giapponesi che credo di aver imparato: più si dichiarano sperimentali, più non sanno fare a meno di fare le cose alla maniera. E io, ahimè, ci casco sempre.