Quell’amore che non sa stare al suo posto

 

Al Teatro di Rifredi, lo splendido “conto” di Vucciria Teatro

Di David Della Scala

 

 

C’è bisogno di ordine.  Nella storia di un paese questa frase riaffiora come un incontrollabile singulto in reazione a circostanze perturbanti e poco rassicuranti. Inopinabile strumento retorico e opportuna risultante del tanto decantato buon senso,  questa espressione ha generato tempestive soluzioni che sono un vanto per la razza umana: come il diritto naturale a ridurre in schiavitù, il genocidio e il sacrificio umano rituale come valido dispositivo sanitario contro le epidemie. Niente rassicura più l’uomo e ne facilita il ragionamento che mettere tutto e tutti al loro posto. La terra sta al centro dell’universo,  i matti i manicomio…e le puttane nel bordello. E così si fece ordine.

Ci potrebbe essere il rischio che il “conto” che Vucciria Teatro propone nel suo Immacolata Concezione possa essere percepito come una storia legata a quella Sicilia sempre antica, sempre atavica, sempre poetica (eufemismi con i quali noi peninsulari vogliamo semplicemente intendere  “sempre arretrata”) che tanto affascina e fa fremere l’esotismo storico e geografico del gusto del pubblico.

Ma nella storia di Concetta, venduta dal padre come fosse una delle sue capre al bordello del paese e della sua disarmante prodigalità nell’irradiare amore nei sensi e nello spirito di chiunque venga in contatto con lei, rendendo simili al suo cospetto amici e nemici, chi la ama e chi la disprezza, è invece racchiuso l’universale racconto del fallimento che sempre attenderà l’uomo che cercherà di imbrigliare, reprimere e instaurare ordine non soltanto sui fenomeni che lo circondano ma soprattutto sulle pulsioni che lo lacerano dall’interno.

Lo spettacolo inizia con lo scampanio di un gregge che sorprende alle spalle il pubblico seduto in platea. Un gruppo di pastori  scende verso il palco, ma la campanella non sta al collo di una pecora bensì a quello una ragazza nuda, rotonda. I seni grandi, i lunghi capelli neri e come spesso dirà la gente di lei, quel suo sorriso da “babba”. Guadagnato il palco Concetta, pulita e preparata come un animale da ammazzare, o una vergine sascrificale verrà rinchiusa in un baldacchino ottagonale dotato di pesanti tende. Eccola concepita per la seconda volta, immacolata ma pronta per il defloramento che sancirà l’inizio della sua nuova vita. Suo padre pastore in disgrazia, ha venduto l’ultimo capo del suo gregge che come gli altri ha amato con ogni sua forza: la figlia, che essendo ragazza  senza dote in un mondo in cui bisogna fare ordine, dove tutto e tutti devono essere a loro posto, sarà rinchiusa e istruita dalle regole di una casa di piacere.

Un bordello è un posto per fare ordine, dove regna la disciplina del corpo e dei sentimenti: la pulizia, i controlli periodici di un medico, le maniere di condursi nel rapporto coi clienti. Un posto dove le ragazze imparano ad adempiere il loro ruolo, dove i clienti imparano a rispettare regole alle quali non sono tenuti ad attenersi nelle loro case con le loro mogli, dove possono tutto. Ma anche un posto dove, una volta imparate queste regole, si può abbandonarsi ai più turpi e inconfessabili desideri che un vero maschio possa covare nella profondità del suo intimo abisso: come versare lacrime da bambino tutta la notte sul seno procace di una donna sorridente.

All’interno di un bordello si può tutto. Ma quando la luminosità di cui Concetta è capace straripa al di là delle pesanti tende ecco che viene infranto il più inviolabile limite del lecito: propagare l’epidemia dell’amore al di là dei confini nei quali l’amore deve rimanere recluso. Perché dove non gli si è conferito licenza di essere, l’amore è perverso, pericoloso. Fuori dal suo posto.

Scandito dalla regia di Joele Anastasi che mette a disposizione della narrazione del suo “conto” dispositivi puntuali ed efficaci, Immacolata Concezione è suggestivo, di una potenza  solida che fa alzare le mani di fronte alla bellezza dei dialoghi, dove narrazione tradizionale, realismo e tecniche di moderna letteratura confluiscono con grande godibilità. E davanti al suo impianto scenico, con l’elemento del baldacchino ottagonale rappresentante lo spazio della casa di piacere e lo sfruttamento del palco al di fuori di esso. Alessandro LuiEnrico Sortino, lo stesso  Joele Anastasi  e Ivano Picciallo “pupari” dei loro corpi, danno vita alla galleria dei personaggi del testo: una viva ritrattistica dell’umano che al ruolo funzionale all’interno della storia unisce una  profondità psicologica tutt’altro che leziosa.

Federica Carruba Toscano nel ruolo di Concetta è nuda…e bellissima. E su questo mi prendo la libertà di aprire una piccola parentesi: la nudità a teatro è uno strumento praticato e in molti più casi di quanto si possa pensare, a ragione. Il nudo di un attore o di un’attrice sul palco certamente fa ancora una certa sensazione e già questo a mio avviso basterebbe a giustificarne l’utilizzo. Ma a parte questo, raramente capita, come avviene in Immacolata Concezione, di vedere un’attrice che utilizza la nudità come un vestito. Federica Carruba Toscano veste la nudità di Concetta come un costume e al di là del fatto di possedere naturalmente le tondeggianti forme di un personaggio che debba rappresentare la fertilità, la generosità ctonia e manifesta di una Dea Madre, è il lavoro messo in atto con la sua postura, della delicatezza espressiva con la quale modulare la spregiudicatezza nel mostrarsi a rendere la sua nudità un veicolo per  far alzare la caduta dello sguardo fino a quel sorriso che non è né provocante, né da “babba”. Ma profondo, disarmante,  immutabile e sempre nuovo di fronte ad ogni crudeltà. E senza imporre ordine, indica un posto dove l’amore possa finalmente stare.