Quel cialtrone di Shakespeare

Al Teatro di Rifredi lo spettacolo parodico de La Macchina del Suono restituisce al pubblico tutta la guitezza del Bardo per antonomasia

di David Della Scala

 

Questo nostro Signor Tempo che tanto spaventa e indigna per la sua supposta mancanza di lucidità, zitto zitto è invece stato capace di un piccolo miracolo di chirurgia semantica:  è riuscito a separare finalmente satira e parodia, che da almeno 300 anni vivevano in un unico corpo come gemelle siamesi. La Satira, che tra le due appariva come la gemella più intelligente e promettente, non ha avuto nemmeno il tempo di muovere le gambe in maniera autonoma che quasi subito ha deluso tutte le aspettative:  dove è stata troppo pungente è risultata vuota, inutile, dannosa e dove ha provato ad essere divertente come lo era quando condivideva cuore e polmoni con sorella Parodia non ha fatto altro che fungere da riconoscimento di notorietà per gli esponenti di quel potere che si era prefissa di osteggiare. Perché nei tempi di “non importa come se ne parla, basta che se ne parli” per politici incapaci, industriali edonisti, dittatori di ogni genere, avere un comico satirico che li imita è una medaglia, uno strumento di risonanza, o male che vada un valido aiuto per i loro uffici stampa che oltretutto è strapagato, da altri.

La gemella scema invece, la Parodia, vive e lotta insieme a noi perché ha un grande potere: quello di far avvicinare le persone a cose altrimenti irraggiungibili. La Parodia strappa dalle mani mortifere degli addetti alla cultura quello che è vivo ed è stato scritto per essere vivo e lo restituisce in pasto alle folle rumoreggianti, sgradevoli, disattente, ma alle quali lei sa parlare come il più efficace dei maestri.

Nei forsennati 90 minuti in cui La Macchina del Suono ha messo in scena al Teatro di Rifredi  Le Opere Complete di William Shakespeare In Versione Abbreviata  sono state ridotte, reinterpretate, citate, snobbate e stravolte tutte le 37 (37, dico bene?) commedie e tragedie del fantomatico Bardo. Una corsa cialtronesca che ha sfoderato l’esercizio delle gag più gastriche e demenziali, la contaminazione col linguaggio cinematografico e televisivo, decine di coraggiosissime e rovinosissime cadute a pelle d’orso sulle tavole del palcoscenico… e la notevole meccanica del gioco delle parti tra i tre attori in scena: il lezioso e retorico esperto shakesperiano di Fabrizio Checcacci, lo stralunato folletto eppur capacissimo mediatore di Roberto Andrioli e l’intemperante bestiaccia da palcoscenico, un po’  Edmund Kean  un po’ isterica diva en travesti tratteggiata da un lunatico, adorabile Lorenzo Degl’ Innocenti.

Il testo firmato Adam Long, Daniel Singer e Jess Winfield debuttò nel 1987 e in effetti il suo umorismo (e appunto il suo stile parodico) odora di inizio anni 90. La sua indole dissacratoria, affidata agli anacronismi, scandita dalla continua minimizzazione delle citazioni ha un po’ il sapore comico di una puntata di una sit com anglo americana di quegli anni, con qualche licenza che allora poteva risultare politicamente scorretta ma che messa in scena oggi, risulta solo fuori luogo per la sua ingenuità.  Ma ad attualizzare e rendere vivace il piglio dello spettacolo  pensano Checcacci, Andrioli e Degl’ Innocenti  aka La Shakespeare Bignami Company, che davvero non risparmiano niente e nessuno:  dalla continua invasione fisica oltre la quarta parete per toccare, coinvolgere e provocare il pubblico, alle battute che chiamano in causa le stesse maestranze del Teatro di Rifredi,  passando per un’affettuosa punzecchiatura ad un precedente allestimento,  diretto da Alessandro Benvenuti e presumibilmente più filologicamente affettato.

Eppure tra l’immediatezza dei meccanismi comici, efficaci proprio perché prevedibili, la maratona shakesperiana della Macchina Del Suono non manca di una sua validità filologica. Le parrucche malamente indossate, i costumi cenciosi  ci ricordano quanto l’aurea teca nella quale Shakespeare viene in genere rinchiuso, poco abbia a che fare con quella che doveva essere l’estetica delle sue rappresentazioni originarie. Perché sul palco a “grembiule” del teatro elisabettiano dove gli attori erano praticamente dati in pasto alla loro rumorosa platea e ancor più negli spettacoli tratti dai suoi testi che le compagnie di guitti portavano per le piazze e i mercati,  le protagoniste non erano di certo l’eleganza e l’austera raffinatezza. Quello che la gente voleva vedere era il sangue, la violenza,  il racconto dell’immoralità e del tradimento e auspicabilmente una buona dose di allusioni sessuali.  E se non si dava alla gente quello che voleva, il meglio che potesse capitare agli attori era di esser presi a sassate.

E così al Teatro di Rifredi, non è stato un raffinato spettacolo classico o un’ingegnosa rappresentazione d’avanguardia a restituire un po’ di vita a Shakespeare e un bel po’ di Shakespeare al pubblico, ma una sgangherata Parodia che grazie al generoso corpo a corpo ingaggiato con l’opera del Bardo dal trio de La Macchina del Suono, è riuscita a rinnovare il suo patto con la gente:

“ Ok, sia io che voi sappiamo a grandi linee di cosa stiamo parlando. Ed è per questo che perlomeno, saprò farvi ridere”.

E come al solito la promessa è stata mantenuta.