Come sospendere l’incredulità e caricare mulini a vento

Alessio Boni e Serra Ylmaz: cavaliere e scudiero erranti nella testa di Don Chisciotte

Di David Della Scala

La natura psicologica del teatro è cosa nota. Persino la scatola dello spazio teatrale assomiglia al cranio di un essere umano. Ha tre pareti solidissime e una apparentemente trasparente, come un unico occhio sempre spalancato a disposizione di chi voglia guardarci attraverso. E in fondo la drammaturgia altro non è che il tentativo di riempire quel teschio vuoto di immagini…di una storia.

Nei primi anni del 1600, in giro per la regione della Mancia certamente di psicologi non ce n’erano. E quando Don Alonso Chisciano diede di matto e cominciò a comportarsi come uno dei personaggi dei suoi amatissimi cicli cavallereschi, sua sorella non trovò niente di meglio che i consigli di un medico di campagna e un curato bigotto per affrontare quell’improvvisa pazzia che minacciava il già scarso patrimonio di famiglia. Le vennero quindi proposte soluzioni omeopatiche: molti salassi e corposi roghi di romanzi.

Oh, se solo la povera zitella avesse avuto a disposizione almeno un drammaturgo!  Qualcuno in grado di mostrarle ciò che veniva messo in scena tra le pareti della scatola cranica di Don Alonso…

Il fatto è che il drammaturgo e il suo spettacolo interiore stavano già di fronte a lei: erano la stessa pazzia di Alonso e le mirabolanti gesta del suo alter ego, Don Chischiotte della Mancia.

Nel Chisciotte di Alessio Boni, Roberto Aldorasi e Marcello Prayer  (già felicissima società nella gustosa riduzione teatrale de I Duellanti di Joseph Conrad) lo spazio del palco si trasforma nella testa del Cavaliere dalla Triste Figura, all’interno della quale lo scorrere del tempo, la realtà e la visione si riallineano e si fanno  codice nel racconto che l’adattamento firmato Francesco Niccolini ha tratto dall’opera di Cervantes: un piccolo gioiello di sintesi che con oculata licenza rimescola vari momenti della storia originale, dando vita ad una cronaca inedita e al contempo rispettosa.

La narrazione ad anello inizia con una scena alla Bunuel:  Don Alonso ormai sul letto di morte, circondato dalla sorella, la sua serva, il prete e il medico, che riceve la visita di un indignato doppelganger (paradossalmente più anziano del moribondo), che lo esorta ad un’ultima lotta, ad un’ultima avventura prima di cedere alla rassegnazione e all’abiura dei suoi miraggi cavallereschi. Quel fantasma in armatura altri non è che Don Chisciotte stesso che dopo aver ottenuto la concessione di un po’ di tempo dalla Morte in persona, congederà dalla rappresentazione quel giovane Don Alonso arreso alla realtà e salirà in sella al fido Ronzinante, per esser di nuovo protagonista delle sue visionarie gesta. Perché c’è ancora molto da fare:  disincantare l’amata Dulcinea dalla stregoneria del perfido mago Sacripante, sconfiggere i giganti, conquistare la gloria ed elevarsi all’onore che cancella ogni cosa turpe, mondana e materiale… prima di tornare a quel malaticcio e mortifero letto che riduce ogni sogno a febbre e ogni gesto di coraggio ad azione sconsiderata che meriti l’etichetta di fatale debolezza.

Alessio Boni, nei panni dell’arrugginito e indomito paladino è magnetico, fisicamente e emotivamente coinvolgente. La potenza della sua voce, l’ironia e la dolcezza del suo sguardo sono un arsenale di sollecitazioni che divertono, commuovono, scuotono il pubblico.

E poi c’è l’indimenticabile interpretazione di Serra Ylmaz , nei panni di Sancho Panza. La fisicità dell’attrice, la sua mimica e quel pacato scandire delle battute che si intreccia alla tuonante vocalità di Alessio Boni creano una delle più grandi magie alle quali sia possibile assistere: una coppia di personaggi/attori nella quale ad un tratto non si possa con certezza indicare chi sia spalla dell’altro, ma solo arrendersi per godere di quella strabiliante alchimia.

L’errare di Don Chisciotte e Sancho Panza di avventura in avventura assume nelle scene create da Massimo Troncanetti la vettorialità bidimensionale della miniatura vergata da un copista del 1300, un movimento da sinistra a destra sottolineato dalle luci di scena che tracciano una linea orizzontale appena sopra l’azione scenica. Ma teniamo ben a mente che siamo nella testa, nel cranio del cavaliere e allora ecco la direzione verticale, la discesa nel profondo del suo io visionario: tra le rocce della Montagna di Montesinos Alessio Boni è calato nell’ oscurità della scena, che all’improvviso si accende di un turbinio di lisergiche immagini di Dulcinea.  Da sinistra a destra,  dall’alto verso il basso e ritorno…fino alla comparsa della profondità del palco, la rivelazione delle prospettive nascoste dello spazio scenico, dove vengono d’un tratto ingaggiati scontri a cavallo e rivelati nuovi punti di fuga.

E a proposito di cavalli è da citare un fenomenale Ronzinante mosso e riempito dalla bravura di Nicolò Diana, le gambe del quale, vestite in calzamaglia nera, spuntano da sotto il dorso della sua equina creatura ma che subito spariscono ai nostri occhi non appena Ronzinante si muove, dondola la testa e la sua sporca criniera, o fa fremere la sua coda. Una viva macchina scenica, terzo personaggio della rappresentazione che fa letteralmente rimanere a bocca aperta.

Divertente, appassionante, sorprendente, una gioia per gli occhi. Uno spettacolo che ci rende simili al cavaliere della Mancia: come lui fieri, di aver sospeso l’incredulità.

 

Alessio Boni
Serra Yilmaz

Don Chisciotte

adattamento Francesco Niccolini
liberamente ispirato al romanzo di Miguel de Cervantes Saavedra
drammaturgia Roberto Aldorasi, Alessio Boni, Marcello Prayer e Francesco Niccolini
con Marcello Prayer
e con Francesco Meoni, Pietro Faiella, Liliana Massari, Elena Nico
ronzinante Nicolò Diana
scene Massimo Troncanetti
costumi Francesco Esposito
luci Davide Scognamiglio
musiche Francesco Forni
regia Alessio Boni, Roberto Aldorasi e Marcello Prayer
produzione Nuovo Teatro, Fondazione Teatro della Toscana
foto di scena Filippo Manzini
Orari 20.45, domenica 15.45