Un beatissimo, maschio sogno di crudeltà…

Al Teatro di Rifredi, la Bisbetica di Andrea Chiodi: vigorosa e elisabettiana

 

Di David Della Scala

 

Shakespeare era tante cose. Ma non era un filosofo.

Eppure le sue tragedie, le sue commedie sono piene di dilemmi e di riflessioni esistenziali. Maschile e femminile, ad esempio, sono concetti dialettici che hanno senso solo in contrapposizione e come ogni contrapposizione pura non hanno soluzione, ma possono essere solo superati. E per superarli ci vorrebbe un filosofo.

Ora, Shakespeare filosofo non lo era ma da fabbricante di teatro…almeno sapeva come ribaltarli. Così prese maschile e femminile e li gettò nell’abisso di una commedia, dotandola di un titolo che assomigliava a quello di un manuale venatorio per gentiluomini in vena d’umorismo grossolano: “The Taming of the Shrew” , l’addomesticamento della bisbetica.

Andrea Chiodi nel dirigere quella commedia sembra essersi trovato di fronte ad una scelta modale e di intenti: a sua disposizione aveva il riadattamento del testo operato da Angela Demattè, sapientemente contrappuntato di leve linguistiche contemporanee e soprattutto un gruppo di attori intelligenti, con delle punte di eccellenza pronte a vibrare e a stimolare intriganti raffronti coi loro predecessori filmici e teatrali. Insomma una serie di elementi vincenti con i quali si sarebbe potuto puntare al sensazionalismo più appagante, all’esercizio di stile e di forma che avrebbe soddisfatto i palati già avvezzi a suggere corposi brandelli di Bardo e dato una scossa agli occhi e agli orecchi dei più sprovveduti con qualche spolverata di audace licenza. Applausi, chiuso il sipario, tutti contenti, un vago sentore di ermetico mistero nell’aria e buonanotte.

Ma quello che La Bisbetica Domata prodotta da LuganoInScena ha scelto di offrire al pubblico del Teatro di Rifredi non è stato un provocatorio allestimento moderno o un vezzoso giocattolino vittoriano… ma la possibilità di fare un passo in avanti e gettare uno sguardo all’interno dell’abisso multiforme della commedia shakespeariana.

Un lavoro complesso, compiuto e solido nel quale laddove ci si aspettava licenziosità invece ha offerto grande rigore: la compostezza formale nel mettere in scena l’antefatto e l’epilogo dove il povero ubriacone Sly (Smalizia in questa versione) viene convinto da un gruppo di sadici nobili di essere in realtà un gentiluomo appena ripresosi da un lunghissimo sonno della ragione, restituisce a questa cornice narrativa il suo ruolo di cifrario, di chiave d’accesso al gioco dei ribaltamenti della commedia. Tutto quello che vedremo incastonato in quella cornice sarà solo la patetica parodia della virilità maschile e della fragilità femminile, il beato sogno di un povero illuso convinto che davvero esista un manuale di crudeltà applicata in grado di illustrare in pochi passaggi il metodo per soggiogare, possedere, annullare una donna e con lei ogni indomabile e quindi nemica energia: ctonia o celeste che sia. E non a caso, a vestire dei panni del patetico Smalizia c’è lo stesso attore che nel sogno sarà Petruccio, l’addomesticatore della bisbetica Caterina: Angelo Di Genio.

Il Petruccio che Di Genio ha tratteggiato è certemente vigoroso, spregiudicato, crudele e veniale come ci si potrebbe aspettare, ma contiene una sfumatura, un riflesso baluginante e sapientemente misurato che appare e scompare nelle pause dei suoi tonanti monologhi, in qualche strappo nel tessuto espressivo: il fantasma di una credibile fragilità. La fragilità di un giovane baldo, scanzonato ma comunque inesperto alle cose d’amore. Che supplisce alla paura per la sua inadeguatezza con la più efferata crudeltà. Un Petruccio che si autoconvince con la crudeltà, che si ciba di crudeltà, che nella cudeltà verso Caterina trova l’unica propulsione per affrontare l’ignoto dei suoi stessi sensi.

Sfumature, piccoli incisivi sprazzi di innovazione nella creazione dei personaggi che li strappano alla bidmensionalità della farsa senza inficiare il meccanismo originale della commedia ( ben sottolineati anche dai brevi ed eterei interventi sonori composti da Zeno Gabaglio). Una cifra che mano a mano che lo spettacolo va avanti sembra essere quella contraddistintiva di questa Bisbetica e che caratterizza anche l’interpretazione degli altri bravissimi attori: Ugo Fiore, Igor Horvat, Cristian La Rosa, Walter Rizzuto, Rocco Schira (nel ruolo della sorella di Caterina, Bianca, così perfetta e muta da avere le sembianze di un automa metallico) e Massimiliano Zampetti.

E parlando di incisività e misura… c’è naturalmente l’interpretazione di Caterina ad opera di Tindaro Granata.

Con la sua gonna nera, vestita come un costume ma utilizzata come un calice dal quale far sbocciare il dissonante fiore della sua fisicità maschile, Granata indossa l’armatura del travestimento farsesco con una maestria unica: ricorre al ridicolo richiamando la complicità del pubblico e all’improvviso con un gesto o una pausa lascia tutti appesi al suo respiro, in attesa della prossima parola. E ci accompagna nel difficile viaggio attraveso l’evoluzione di Cate: perchè questa giovane donna indomita, ribelle, all’improvviso cede ai meccanismi del suo ruolo? In che frammento, in quale segmento infinetesimale del tempo è avvenuto il cambiamento che ora è vero, lampante, irreversibile davanti ai nostri occhi? Un’interpretazione che deve rimanare accordata in una precisa tonalità per essere funzionale all’impianto complessivo ma dalla quale Granata sa comunque offrire sequenze di accordi sempre diverse.

Granata e Di Genio, Caterina e Petruccio sono meravigliosi insieme. La loro storia di crudeltà reciproca e di amore sputato l’una nella faccia dell’altro è una lotta fisica, una melodia di ingiurie. E ancora una volta questo spettacolo suppostamente moderno, invece sa appropriarsi pienamente dei dispositivi originali della rappresentazione elisabettiana, dove sia le parti maschili che quelle femmili erano affidate a degli uomini. E non solo per meri motivi di promiscuità della vita itinerante dei guitti, ma per far sì che in scena fosse possibile e tollerata la più vigorosa interazione fisica.

E così Granata e Di Genio si schiaffeggiano, si avvinghiano, si spingono, si atterrano a vicenda con uno schianto sul palcoscenico. Maschio sopra la femmina, femmina sopra al maschio e poi ribaltati, ancora e ancora. Uno scontro, una guerra, dove non si ricorda più chi ha iniziato…ci vorrebbe un arbitro per risolverla, o un filosofo.

Ma seduto accanto a noi sull’orlo dell’abisso, c’è solo un drammaturgo. E insieme a lui non possiamo far altro che gettare uno sguardo in basso e lasciarlo cadere giù, sempre più giù, nel profondo.