Lillo: a scuola di quel rock che non c’è più

L’intervista di Quasiradio con Lillo, protagonista di School of Rock di Massimo Romeo Piparo. Quattro chiacchiere su Jack Black e su quel suono duro che sa ancora stregare i ragazzi di ogni età

Di David Della Scala

 

Ricapitoliamo: al Teatro Verdi arriva School Of Rock, il musical firmato da nientepopodimenoché Andrew Lloyd Webber e tratto dall’omonimo mitico film di Richard Linklate. La regia è di Massimo Romeo Piparo e sul palco ci saranno tre band dal vivo e 14 tra i giovani talentuosi allievi  dell’ Accademia Sistina, tutti tra gli 11 e i 14 anni. Protagonista, nel ruolo che già fu di Jack Black…Pasquale Petrolo, in arte… Lillo!

Eccoci, eccoci qua.  Ciao.

Insomma Lillo…una bella responsabilità.

Be’ sicuramente. Diciamo che adesso che lo abbiamo messo in scena e che abbiamo avuto tanti riscontri positivi mi sono un po’ tranquillizzato ma all’inizio devo ammettere che un po’ di preoccupazione c’era: parliamo di un musical allestito esattamente come a Broadway, con tutta quella maestosità. Oltretutto  Andrew Lloyd Webber è un autore molto complesso dal punto di vista musicale, ma ne è uscito fuori uno spettacolo molto energetico con la gente che si diverte da morire, che si muove, c’è un coinvolgimento del pubblico grandioso, lo stesso di quando andai a vedere il musical nel  West End  a Londra e mi fa molto piacere che la gente venga travolta anche dall’aspetto umano della storia. Insomma è uno spettacolo riuscito, sicuramente faticosissimo ma che mi ha reso felicissimo.

Che ti ha detto il tuo sodale di sempre, sua eccellenza il dottor Claudio Gregori in arte Greg, quando ha saputo che ti imbarcavi in questa avventura?

Con Greg abbiamo da sempre un accordo: sia io che lui facciamo anche cose separatamente. Tuttavia abbiamo diversi impegni insieme, specialmente di ordine teatrale così ci ho pensato molto prima di accettare e qualsiasi altra proposta forse l’avrei evitata più che altro per una questione di tempo.  Ma questa era una cosa talmente bella, piena di cose che mi appartengono: primo perché sono un appassionato di Rock, ho anche una band, così per puro diletto  “Lillo e i Vagabondi” dove suono la chitarra e coltivo la passione per questa musica. Inoltre School Of Rock è un film che amo tantissimo che ho visto una cosa come 10 volte e poi quando sono andato a Londra a vedere il musical con Massimo Romeo Piparo, insomma, era talmente bello che non ho potuto proprio rifiutare.

Parliamo un po’ di rock. Ti ricordi qual è stato il primo disco rock che hai comprato, rubato… insomma che hai ascoltato?

(Ride) Diciamo che il primo disco che mi ha avvicinato alla musica rock, quello dal quale non ho potuto più smettere è stato il primo dei Police. Ero un ragazzetto, un adolescente che all’epoca ascoltava disco music, ma da lì in poi ho capito che quelle sonorità mi piacevano e non le ho più abbandonate diventando qualche anno dopo addirittura un metallaro convinto. Adesso diciamo che sono abbastanza onnivoro in fatto di gusti musicali. Ascolto anche altri generi, ma il rock…rimane il mio preferito

Quindi è stata la batteria di Copeland a scuoterti…

Ma anche la chitarra di Summers e la voce di Sting! Vedi, i Police hanno questa cosa meravigliosa che li rende una vera band: anche se Sting era l’autore, la mente creativa, nessuno poteva sostituire uno dei tre, perché ognuno di loro ha ugualmente contribuito a creare quel sound unico.

Una volta si compravano i dischi e ora ci sono le playlistIn questo spettacolo so che condividi il palco con dei signori musicisti, ma di undici, tredici, quattordici anni. Lavorando con loro in che tipo di ascoltatori di musica ti sei imbattuto?

Inanzitutto loro nello spettacolo… sono quelli che suonano. C’è anche una band dal vivo di professionisti ma gli ultimi due brani li suoniamo insieme. Questi ragazzi si sono avvicinati al rock venendo da degli studi classici…

Un po’ come nel film, allora…

Esattamente. E un po’ come nel film si sono ritrovati ad ascoltare per la prima volta questa musica e adesso sono diventati drogati di rock. Questi ascoltano i Led Zeppelin , i Deep Purple, i Motor Head… hanno scoperto un mondo che non conoscevano e si sono tutti super appassionati.

Tu interpreti Dewey Finn, lo scapestrato muscista che la penna dello sceneggiatore del film Mike White cucì appositamente per Jack Black. Quanto ti sei attenuto e quanto ti sei discostato dalla sua interpretazione?

Guarda, io come mia abitudine, be’ sono un tipo di attore che prende sempre… da me. Alcuni attori hanno delle capacità interpretative che li rendono capaci di trasformarsi, di imitare, che è una cosa nobilissima ma io sono più portato ad avere un approccio attoriale che mi faccia tirar fuori da me stesso tutto ciò che serve. Sicuramente avendo amato molto il film e stimando molto Jack Black ho inconsciamente metabolizzato  degli atteggiamenti che lui ha messo in atto ma non mi sono messo lì a osservare, sai tipo: “Fammi vedere come fa quella cosa…”. Ho solo messo in scena ciò che di mio avevo già dentro di quel personaggio.

School of Rock è un film che celebra la musica, con una colonna sonora impressionante, ma non si può definire un musical vero e proprio. Invece per questa versione teatrale Webber ha musicato anche alcune delle parti recitate, insomma un Musical con la M maiuscola. E il vostro allestimento è il primo in lingua italiana: che tipo di lavoro ha messo in atto Massimo Romeo Piparo nel tradurre lo spettacolo? 

No vabbe’… Massimo Romeo Piparo ha fatto tutto. La traduzione è opera sua ed è una delle cose più difficili: portare in italiano un testo in inglese che è la lingua più musicale che c’è al mondo. Nonostante l’Italia sia a detta di molti la patria della musica, che ha sfornato grandissimi autori del passato, la lingua italiana per ragioni linguistiche e strutturali non è per niente facile, persino antimusicale. Quindi il lavoro di adattamento è un lavoro molto molto difficile e Massimo Romeo Piparo lo sa fare bene e in questo caso lo ha fatto particolarmente bene: tra le tante recensioni positive qualcuno ha citato proprio la traduzione. E’ un lavoro di cui in genere si parla poco, ma in un musical che va riportato in italiano l’adattamento è davvero un lavoro fondamentale.

Mi ricordo una tua vecchia intervista dove parlavi del tuo lavoro con Greg, con Alex Braga, della radio, degli sketch e delle esperienze teatrali e televisive. In quell’occasione tu pronunciasti una frase che mi è rimasta impressa:  “Invece di fare poche cose fatte bene, noi abbiamo scelto di farne molte fatte male.” Confermi? E’ roba tua?

Si, si (ride) confermo: “meglio fare tante cose male che una bene.” Ovviamente è un modo di dire autoironico, ma c’è un piccolo fondo di verità. Oggigiorno in tutti gi ambiti siamo un po’ troppo ossessionati dal fare sempre tutto alla perfezione. Non è importante che sia tutto perfetto. L’importante è mettere l’anima in quello che fai e delle volte se ci metti l’anima e la passione l’imperfezione può essere addirittura godibile e apprezzata dal pubblico. Io non sono mai stato alla ricerca delle perfezione, ma dell’energia e della voglia nel fare qualcosa.

E con questa energia, con questa voglia di buttarsi nelle cose, pensi di esser riuscito ad insegnare qualcosa ai ragazzi dell’Accademia Sistina, in una parola a far loro “scuola”? 

Mah, guarda, non avuto mai con loro un approccio in cui cercavo di insegnare qualcosa. L’unica cosa che ho visto nei ragazzi e che ho lasciato maturare da sola è stata la loro voglia di fare questo spettacolo. E devo dire che ho anche gradito il fatto che tutti loro, nonostante la loro fantastica presenza scenica non fossero dei robottini. Delle volte ci sono, sai, questi bambini prodigio che fanno delle cose mostruose ma con una certa freddezza: loro sono molto umani  invece. Hanno le imperfezioni dei bambini, ce le hanno tutte, non sono dei piccoli mostri ma dei ragazzi talentati con l’approccio di chi deve ancora imparare molto. Io non so come andranno le cose, spero che per tutti loro si profili un futuro nel mondo dello spettacolo che è quello che vogliono fare visto che fanno l’Accademia ma comunque vada la loro vita credo che questa eperienza sia fondamentale per la loro formazione, un’ avventura che si porteranno dietro per sempre.

Dagli anni cinquanta ad oggi sul rock se ne sono dette di tutte: musica amorale, musica da drogati, musica dissidente. Fino a giorni nostri in cui si fanno le corna con le mani, si pagano 80 euro per andare a vedere queste reunion di vecchietti rimessi in piedi dai personal trainer e mia zia ha come suoneria del cellulare Seven Nation Army degli White Stripes. Ma il rock è ancora… rock?

Il rock inteso come movimento oltre che come musica, come tendenza generazionale, non c’è più secondo me. Il rock ha avuto il suo periodo più potente in quei 15 -20 anni che vanno dagli anni 50 fino alla fine degli anni 60, forse un po’ di più, diciamo alla fine degli anni 70. Fu una musica innovativa, totalmente travolgente per quelle generazioni. Dopo quell’ondata gli artisti cominciarono a influenzarsi l’un l’altro, a lasciarsi influenzare da altre cose, creando quelli che sono i tantissimi generi legati al rock. Certo bisogna vedere cosa intendi per rock: per Rock io intendo una musica con delle sonorità dure, con dei suoni grossi, con dei testo di denuncia, di ribellione, spesso di malessere e se parliamo di Rock duro e puro, è un genere che appartiene al passato. Oggi forse, mi vengono in mente solo i Foo Fighters: loro riempiono gli stadi. Il resto è roba di nicchia. Ci sono delle cose che sicuramente sono figlie di un certo rock ma sono appannaggio dei super appassionati di musica. Però la filosofia di questa musica, la forza che aveva dal punto di vista del significato è un po’ sparita. Non è più qualcosa che come in passato arrivava veramente a tutti: che ne so, i Led Zeppelin… li conoscevano tutti quando andavano forte, no? Tutto qua. Però trovo fantastico che questi giovani quando hanno sentito per la prima volta quelle canzoni che non conoscevano se ne sono appassionati subito. Magari oggi dovrebbero essere i genitori a dire: “Va bene la trap, ma sentiti pure questa…” Il rock è un genere talmente potente che l’orecchio di un ragazzo che è sensibile alla musica non può che appassionarcisi. Il ragazzo che suona la chitarra nella band di School of Rock ha conosciuto i Pink Floyd e praticamente non sente altro, nessuna altra cosa che non siano i Pink Floyd. Sta imparando tutte le frasi di chitarra di Gilmour, se le sta studiando tutte … proprio tutte.

 

Da Giovedì 11 a Domenica 14 APRILE

spettacoli ore 20,45 – domenica ore 16,45 – Uniche date in Toscana

TEATRO VERDI 

Lillo in
SCHOOL OF ROCK

il musical di Andrew Lloyd Webber  

tratto dall’omonimo film di Richard Linklate

regia Massimo Romeo Piparo