Federica Santoro e Ibsen: con rispetto, senza timore

A Fabbrica Europa Federica Santoro presenta Hedvig, l’ultimo capitolo del suo lavoro su L’Anitra Selvatica di Ibsen

Di David Della Scala

 

E’ vero, la parola performance suona dannatamente bene. Ma come tutte le parole in prestito da un’altra lingua e calate magicamente in un articolo, ricopre una funzione ben precisa: essere un eufemismo. Vedete, c’è la Danza con la “D” maiuscola e ci sono le performance di danza. E soprattutto c’è il Teatro e… c’è il teatro. Quello che non è proprio Teatro, al massimo una performance.  Altrimenti il Teatro con la T maiuscola si incazza.  E siccome non voglio fare incazzare nessuno, inizierò cosi:

“La cosa” che Federica Santoro ha portato in scena ieri sera alle Ex Scuderie delle Cascine non solo rappresenta un bell’ esperimento sul Teatro di Henrik Ibsen, ma indica una strada percorribile nell’approcciarsi ad un testo che fa tremare le gambe alla prosa tradizionale.

Un anno fa, sempre nell’ambito di Fabbrica Europa, Federica Santoro, Gabriele Portoghese e Luca Tilli presentarono “I Sommersi”,  il primo quadro del loro lavoro su L’Anitra Selvatica di Ibsen. E fin da allora il progetto colpì per l’efficacia dei suoi intenti: trattare quel dramma dei simboli, dove non solo si mettevano in discussione le convenzioni ma i meccanismi dell’etica stessa, partendo dal suono delle parole. Mettendo in scena in maniera fluida e atonale le battute dei personaggi, come fossero automi incapaci di sottrarsi al loro destino fatto di declamazioni di intenti, di farfugliamenti autoreferenziali, di dotti aforismi caduti nel vuoto, Federica Santoro e Gabriele Portoghese ci condussero fino al centro, al perno della linea narrativa: il giovane e ricco Gregor Werle che per soddisfare le sue esigenze etiche sceglie di rivelare all’amico di infanzia Hjalmar Ekdal i sospetti che nutre in merito alla reale paternità di Hjalmar sulla piccola Hedvig. Questo primo quadro era denso di fragranza sonora. Le parole di Ibsen scorrevano l’una dietro l’altra come se qualcuno le stesse scrivendo nell’aria e bellissime sonorizzazioni minimali le incorniciavano, attuando al contempo un montaggio filmico.  I Sommersi si concludeva con il violoncello di Luca Tilli e la comparsa in scena del quadro di Ettore Frani che proiettavano gli attori e il racconto verso un nuovo punto di fuga.

E così a distanza di un anno il racconto continua con “Hedvig”.  Hedvig che porterà con sé la pistola, la pistola che nessuno dovrà strapparle dalle dita. La pistola che in scena Federica Santoro (stavolta da sola senza Gabriele Portoghese) stringe in mano mentre dà voce a tutti i personaggi, ugualmente indifferenti e  ugualmente responsabili del dramma che deve e sta per compiersi.  Tra I Sommersi e Hedvig corre un anno, per noi spettatori, ma subito la scarna essenzialità degli elementi di scena e il modo di pronunciare le parole del testo di Ibsen, di nuovo nude, spogliate da qualsiasi istrionica intensità ci riaccorda al linguaggio al quale questa Anitra Selvatica ci ha abituato.

E stavolta si osa ancora di più: rispetto ai Sommersi, Hedvig è uno spettacolo meno cesellato di sonorizzazioni, tutto affidato alla voce e ai gesti di Federica Santoro, che riesce sorprendentemente ad inserire nel registro interpretativo anche qualche pennellata di ironia dimostrando ulteriormente padronanza e affetto per il testo. L’intervento del violoncello di Luca Tilli sospende verso la metà la rappresentazione, per dare respiro al correre degli eventi che attraverso i pochi oggetti-simbolo visibili (la pistola, la lettera stracciata, il bicchiere) e la materia pesante delle parole di Ibsen si imprimono nello spettatore come fanno i caratteri quando piovono su un foglio bianco. E alla fine di quella tempesta, basterà togliere il foglio dal rullo della macchina da scrivere per rileggere la storia e capire quello che ci è rimasto dentro, mentre tutto accadeva.

 

Con I Sommersi e Hedvig, Federica Santoro e Luca Tilli dimostrano quanto un approccio laterale, anche formale, possa penetrare nel profondo di un’opera complessa. E soprattutto come l’intelligenza e il ragionamento siano la massima manifestazione di rispetto che un’artista possa rivolgere ad un grande autore. Un rispetto che spesso ripaga molto più del timore reverenziale. E che il Teatro con la T maiuscola si incazzi pure.