Piero Vannucci, l’indimenticabile campione della pallavolo

Piero Vannucci: "Molti mi vorrebbero allenatore ma non li posso accontentare"

In occasione di un evento di AMMeC – Associazione Malattie Metaboliche Congenite ONLUS – abbiamo incontrato e intervistato Piero Vannucci, l’indimenticabile campione della pallavolo.

Una carriera nella pallavolo iniziata a quindici anni, quando nel 1968 viene convocato in nazionale juniores. Nel 1970 esordisce come titolare nella Ruini con cui conquista il suo primo scudetto italiano, a cui seguirà il secondo nel 1973. Dalla nazionale esordisce nella nazionale maggiore dove rimane fino al 1974. Una carriera, purtroppo, interrotta per problemi ai legamenti del ginocchio destro. Nel palmares vince una Coppa Europa Occidentale (Napoli 1973) in cui ha giocato sempre da titolare, ed alcune prestazioni di gran livello in tornei internazionali in Polonia, Bulgaria e nelle Universiadi di Mosca.

Ecco cosa ci ha raccontato:

Come è cambiata la pallavolo dagli anni ’60 ad oggi?

Innanzitutto vi sono state delle modifiche all’assetto tecnico del gioco con l’inserimento di nuove norme nel regolamento che hanno cambiato il modo di interpretare la partita da parte delle squadre. In particolare la battuta in salto, la battuta da qualunque punto della linea di fondo, la possibilità di effettuare il primo tocco della palla con limitate penalizzazioni arbitrali, questo per dare più continuità alle azioni giocate. Poi, l’abolizione del cambio palla, quindi: ogni azione un punto.

E in generale lo sport?

Sulla parte tecnica ovviamente ho parlato solo della pallavolo. Per quanto riguarda gli aspetti sportivi più ampi, e quindi anche relativi agli aspetti sociali, devo dire che, nel tempo, si è abbandonato un po’ lo spirito de ”lo sport è un gioco” e purtroppo si valutano, a seconda delle discipline, i possibili ritorni economici personali fin dall’età giovanile, almeno in molte discipline.

Quali consigli sente di dare ai giovani che si affacciano al mondo dello sport?

Mi riallaccio alla dichiarazione precedente: ragazzi, divertitevi e lo farete consolidando il vostro fisico, imparando delle regole di rispetto delle norme in genere, e delle persone (compagni,  avversari, giudici). Vi servirà nella vita (famiglia, amici, lavoro, ecc.) nella sua accezione più ampia.

Che effetto fa giocare in nazionale e rappresentare le speranze di un paese?

Al di là degli aspetti che qualcuno potrebbe ritenere retorici, come il senso di appartenenza alla nazione, va detto che nella mente di ciascun atleta che arriva alla nazionale si deposita la certezza che in quel momento storico fai parte di un gruppo ristretto, di poche decine di atleti,  che è stato giudicato dai tecnici fra i migliori del tuo Paese.

Che valore pensa abbia oggi quella maglia per i tifosi e per gli atleti?

E’ il massimo ideale di ogni atleta: si comincia uno fra tanti, si arriva alla maglia azzurra quando siamo, tra pochi. Campioni fra i campioni.

Si è mai sentito sulle spalle la responsabilità e l’onore di portare avanti le speranze della tifosera e della squadra per cui giocava?

Sì, per l’onore mi è rimasto vivido il ricordo di una partitissima con la nostra avversaria di sempre, la Panini, che disputai ad altissimo livello, conquistando tantissimi punti dell’ultimo set che poi vincemmo. Addirittura la mia prestazione fu accompagnata da un “tifo personalizzato” da parte degli spettatori  (spalti gremiti all’inverosimile). E con questo ho citato un “episodio” da onore. Per onestà voglio citare anche l’opposto della medaglia, dal punto di vista delle responsabilità. Disputai una pessima partita (come attenuante ho che la struttura del palasport in cui si giocava, il palazzetto dello sport di Roma, alto e di forma semisferica, mal si adattava alle mie caratteristiche di gioco. Le palle alte in quell’ambiente erano difficilmente “decifrabili” e quindi si sbagliava molto. Avvantaggiati i nostri avversari, che giocavano più sul veloce e quindi con palle più basse, addirittura in una finale scudetto. L’ho ricordata per molte notti, conscio comunque che non ero stato certo l’unico ad offrire una prestazione ben al di sotto delle proprie possibilità.

I problemi ai legamenti hanno in un certo senso danneggiato la sua carriera sportiva. Che ne pensa?

Beh, direi che se uno cessa l’attività sportiva a 26 anni per problemi ad un ginocchio, non si può dire solo che è stato danneggiato: è stato proprio impedito! A quei tempi i legamenti erano una cosa davvero seria, il menisco mi fu tolto. Pensate: dopo l’operazione, 17 giorni di gesso! Oggi pare impossibile, ma i legamenti rimasero “sfilacciati” e quindi ha comportato la fine della mia carriera.

Avrebbe potuto fare ancora di più oppure sente di aver dato il massimo delle sue potenzialità?

Quando cessai l’attività, mi sembrava di essere già in “tarda età”. Girandomi indietro, ad oggi, vedo invece che ho terminato la carriera in “tenerissima età” e che, probabilmente, avrei potuto dare ancora tanto al volley. C’est la vie! Cerco sempre di vivere senza rimpianti.

Ha pensato ad un ruolo oggi nella pallavolo o nello sport in generale? Di cosa le piacerebbe occuparsi?

Nella pallavolo ho organizzato nel 1990 per conto della FIPAV Regionale un importantissimo ITALIA CUBA al Palasport di Firenze e nei due anni successivi sono stato presidente del COL WORLD League (vicepresidenti Giancarlo Antognoni e Gianni De Magistris) per organizzare la fase italiana di questa importantissima manifestazione. Poi, dopo alcuni anni, sono stato vicepresidente di una squadra maschile di serie B1. Attualmente, ma da molti anni, sono Consigliere nazionale dell’Associazione Nazionale Atleti Olimpici e Azzurri d’Italia, associazione per la quale e con la quale  ho organizzato tante manifestazioni che, nate a Firenze, in molti casi sono state “esportate” in altre città sedi dell’associazione.

Molti la vorrebbero come allenatore…

Non li posso accontentare. Ho sempre preferito ruoli dirigenziali, invece che da coach. Per la mia attività professionale non avrei potuto impegnarmi in attività continuative che avrebbero assorbito troppo tempo. E poi non risponde al mio carattere: facevo lo schiacciatore e quindi mi piaceva vedere subito la palla per terra. Mi sono per questo dedicato maggiormente a ruoli organizzativi, soprattutto di manifestazioni che si potevano svolgere in tempi più o meno contingentati. Veder quindi la palla che arriva e poter valutare con immediatezza i risultati della tua azione.

Lo sport come filosofia di vita e come strumento di educazione sono concetti che vanno sparendo nella società moderna. Che ne pensa?

Eh sì, il desiderio di iniziare e arrivare subito, non solo per vincere agonisticamente, ma per ottenere risultati economici, ha inficiato sempre più il ruolo dello sport come maestro di vita, da un punto di vista morale e etico. Questo fenomeno è sempre più evidente in ampi strati di sportivi, anche se fortunatamente molti conservano ancora principi sani. E’ per questo motivo che con l’associazione prima citata ho varato tante iniziative per promuovere la nascita e la conservazione, al di là della giusta volontà di prevalere agonisticamente, dei valori che dallo sport si possono traslare direttamente nella vita di tutti i giorni:  l’impegno a migliorare se stessi, il rispetto delle regole. Gli altri sono avversari, non nemici! Io, ad esempio,  conservo ancora l’amicizia nei confronti di atleti di altre città con cui disputavamo lo scudetto.

Nell’era del monopolio del calcio, quale pensa sia il ruolo e lo spazio che la pallavolo dovrebbe ritagliarsi?

Direi che con gli importantissimi risultati raggiunti dalla nazionale italiana (maschile, ma anche femminile) in questi ultimi 25 anni (ori mondiali, ori nella World League, argenti e bronzi olimpici) la pallavolo ha già fatto tanto nel posizionarsi nella zona alta della conoscenza da parte del pubblico e del suo apprezzamento a livello generalizzato. Fortunatamente non è più indicata come una disciplina appartenente al mondo degli sport minori, ma ha una sua autonoma visibilità con palazzetti sempre pieni e con audience televisive di tutto rispetto. Aiutata in questo dai risultati a livello internazionale di squadre di club e della nazionale, dal fatto che la pallavolo, ai livelli più elementari è praticata in tutte le scuole, dal clima sereno che si riscontra  anche nei match  più importanti sia fra i giocatori in campo che fa gli spettatori sugli spalti.