Quella “K” che vuol dire pop

Per Fabbrica Europa: il collettivo coreano Goblin Party al Teatro Cantiere Florida

Di David Della Scala

 

Da almeno venti anni per noi occidentali la lettera K è un suffisso chiaro, netto e esaustivo. Non importa cosa venga dopo, sappiamo solo che la lettera K sta per Korean Style… e a noi piace da matti. Ci basta vederla scritta da qualche parte e subito nelle nostre teste si disegnano i panorami al neon di una frenetica Seul, offuscati soltanto dallo sfrigolante sbuffare di centinaia di piccole cucine ai piedi dei grattacieli.  Insomma tra tradizione e modernità, la lettera K è una mirabile calamita per ogni suggestiva accozzaglia di luoghi comuni completamente decontestualizzati che la nostra immaginazione occidentale è in grado di partorire. Una volta c’era la J di Giappone a ricoprire questo ruolo, ma dopo 54 cene di sushi e due retrospettive su Ozu, la nostra conoscenza della cultura nipponica è già arrivata ad un livello sufficiente da  toglierci il gusto per l’esotico. Ora tocca alla K di Corea ammaliarci ed è interessante quanto e come l’offerta dell’arte contemporanea coreana sia pronta a rispondere a questa domanda, senza perder troppo tempo a soppesare la profondità delle motivazioni che la generano.

Martedì  sera al Teatro Cantiere Florida prima che andasse in scena A Silver Knife, la performance dei sud coreani Goblin Party, è stato proiettato un video. A metà tra un episodio pilota o un teaser di una serie televisiva, con un taglio dal sapore fumettoso,  vi veniva presentato lo stile del progetto nonché  l’antefatto alla base della narrazione:  i danzatori del Goblin Party sono dei “dokkaebi”, dispettose creature del folclore per le quali il tempo non conta ma comunque capaci di incarnare le innumerevoli mutazioni della realtà.

“Potremmo essere il fuoco lasciato alle spalle…

Siamo stati lasciati indietro…

Allora venite di nuovo a trovarci

La prossima volta i nostri movimenti e la nostra voce saranno più forti di prima.”

Insomma, un vero e proprio clip- manifesto per questo collettivo di coreografi e danzatori. Intervenuta sul palco del Florida SooHye Jang,  che per Goblin Party cura i rapporti internazionali, ha voluto mettere in chiaro due aspetti del progetto.

Primo: il nome Goblin Party deve essere letto nella sua accezione politica ovvero come “Partito dei Goblin” e non come “Festa dei Goblin”.

Secondo: nel collettivo non ci sono registi, nessuno dirige le azioni degli altri. Al massimo si può essere autore di “suggestioni di regia”.

Ora queste due istanze, sebbene pronunciate con toni colloquiali da una giovane ragazza vestita alla moda, hanno fatto subito correre la memoria a un certo tipo di collettivismo artistico che anche alle nostre latitudini volentieri usava l’aggettivo “politico” per definirsi, certamente per regolamentarsi ma soprattutto per proporsi. Un suffisso come tanti altri, in grado di disegnare nella testa del pubblico prerogative che al netto di tutto, erano perlopiù di natura formale. E A Silver Knife, sapientemente connotato già prima del suo inizio in una dimensione politica per le motivazioni e filologica per le suggestioni, è stato vivaddio un trionfo della forma espressiva.

Il pretesto narrativo sta racchiuso nel titolo: il coltello dall’impugnatura d’argento chiamato Eunjangdo che le donne utilizzavano per difendere la loro castità, il loro stato di vedove dalla violenza del mondo maschile. Sul palco quattro danzatrici, Sung Eun Lim, Hyun Min Ahn, Kyung Lee e Yeon Ju Lee: una piccola comunità femminile che la vedovanza ha confinato in uno spazio arroccato e ristretto, ma che è comunque uno spazio di indipendenza. Uno spazio che può essere difeso con le lame dei loro Eunjangdo e coltivato col pensiero, scandito attraverso la declamazione del bel testo dello spettacolo:

“Anche se sono una vedova

Mi fa battere il cuore che mi passi a fianco una giacca da uomo…

Dovrei sopprimere i miei desideri con la lama del coltello d’argento?”

Ma per quanto le parole di A Silver Knife siano un’efficacie riflessione sul ruolo del femminile nella dialettica tra i generi, non dobbiamo dimenticarci di uno degli aspetti fondanti della rappresentazione: sul palco non ci sono quattro donne o quattro danzatrici…ma quattro goblin, quattro dokkaebi coreani che con i loro poteri di trasfigurazione ci stanno raccontando una storia.

Una delle cifre coreografiche delle danzatrici coreane è quella di saper mirabilmente disattendere la sincronia: a turno, ognuna con un piccolo gesto in controtempo crea un cortocircuito nell’azione corale. Un difetto nell’equazione che la rende sempre nuova e da rileggere, che stimola l’attenzione dello spettatore. E l’altra è la straordinaria capacità dei quattro corpi di fondersi insieme. Da un semplice gesto di contatto senza nessuna retorica armonica e solo per sovrapposizioni, le performer arrivano alla creazione di un groviglio anatomico dal quale vediamo materializzarsi inquietanti creature dagli innumerevoli arti, tendinei meccanismi di carne che non si vergognano di strizzare l’occhio all’immaginario tipico della moderna cinematografia horror orientale.

In conclusione, A Silver Knife con la sua disinibizione nel far leva su ciò che può essere accattivante e attraente riesce a soddisfare l’appetito per il K-style del pubblico. Ma il suo aspetto concettuale ben curato e la sorprendente qualità performativa rappresentano soprattutto un esempio di come poter declinare le immagini di un particolare folclore in chiave pop… dove “pop” sta per universale.