Noi come Fandard…condannati alla luce

Al Teatro Cantiere Florida, la drammaturgia del corpo e delle luci di Alexandre Fandard

Di David Della Scala

 

Se il palco fosse una scatola la luce sarebbe il suo coperchio. D’un tratto in sala si fa buio e in platea si esauriscono gli ultimi frettolosi colpi di tosse. Ma il frammento di tempo nel quale attendiamo che luci si accendano sul palcoscenico  non è l’oscurità, no. E’ solo quella scatola, ancora ben chiusa. Chissà se c’è un attore là dentro: potrebbe esserci, come non esserci… ma del resto, a chi importa? Presto il coperchio verrà sollevato, la luce entrerà e l’attore sarà lì, sul fondo. Tutto nostro.

Ma se noi fossimo una scatola, allora il nostro coperchio sarebbero gli altri. Al pari di ogni oggetto e di ogni fenomeno fisico, le nostre vite hanno consistenza solo nello sguardo e nella luce che gli altri proiettano su di noi.

Nel suo Quelques-uns le demeurent, Alexandre Fandard non vuole muovere la consueta invettiva contro la moderna società dell’immagine. Il corpo che il coreografo francese fa apparire e sparire in scena è quello dell’uomo di ogni tempo, di ogni luogo. E’ la figura umana, che da sempre ha davanti solo due scelte: esistere sottoponendosi al martirio dello sguardo o altrimenti cancellarsi e dissolversi nel buio.

Fandard oltre che unico interprete e autore della coreografia è anche co-ideatore delle luci, con Melina Lakehal. E nella luce, ma soprattutto con la luce il suo corpo ingaggia una lotta, una partita a scacchi che sempre lo vedrà perdente e inadeguato.  Del resto è  la luce che illuminando porzioni e oggetti di palco sceglie il terreno per il duello: il tavolo dove dapprima le mani di Fandard proveranno a danzare ma che poi diventerà il solo spazio vitale sul quale riversare disperatamente la sua testa e il suo busto. E poi l’intermittenza di un neon, alto sul centro della scena: spento e acceso, uno e zero… o magari Go-Dot, per stare al gioco della suggestione beckettiana del titolo.  In ogni caso, un flusso binario che dialoga con gli scatti della danza di Alexandre Fandard e ci mostra il paradosso di un corpo in movimento, eppure generatore di fotogrammi statici che attraverso il diaframma visivo si trasformano in discorso filmico.

Il coperchio di Quelques-uns le demeurent si apre e si chiude al nostro sguardo. E lo spettacolo rivela la sua onestà drammaturgica, lontana da virtuosismi concettuali e vuoti ermetismi. Quell’essere che dal buio muove un nervoso passo verso il cono di luce come fa un condannato verso il patibolo, siamo noi. O perlomeno il massimo di somiglianza alla quale possiamo aspirare. E’ l’immagine degli altri che ci descrive, è la luce che proviene da fuori a imprimere la nostra sagoma sul fondo della scatola ogni volta che viene scoperchiata.

Ma davvero siamo solo questo? Davvero non c’è modo di raccontare chi eravamo prima che il coperchio si alzasse?  Una maniera esiste in realtà e Farnand la descrive alla fine dello spettacolo. La luce diventa stabile, generosamente diffusa in un riquadro del proscenio. Il suo uomo, illuminato interamente, adesso si muove senza frenesia, senza angoscia. Lento, risolto e apatico riassume privo di tormenti il racconto di tutta una vita. E’ il linguaggio salvifico dell’epitaffio.

La scatola non ha più coperchio nè pareti, è divelta. Scompare al nostro sguardo, nell’indistinto della luce… o forse era il buio. Ma del resto, a chi importa?

 

 

QUELQUES-UNS LE DEMEURENT

 

Messa in scena, coreografia e interpretazione: Alexandre Fandard
Sguardo esterno, assistenza alla messa in scena: Mélina Lakehal
Creazione luci: Alexandre Fandard, Mélina Lakehal
Creazione suono: Noël Rasendrason & Alexandre Fandard
Costumi: Gwendolyn Boudon
Costegno e coproduzione: Laboratoire des Cultures Urbaines et Espace Public du CENTQUATRE-Paris
Con il supporto di: DRAC Ile-de-France vincitore di FoRTE 2018 (Région Ile-de-France), Étoile Du Nord (Paris), Café de Las Artes (Spagna