Black Hole: la diaspora cosmica di Shamel Pitts

A Fabbrica Europa, l’epica afrofuturista di Shamel Pitts

Di David Della Scala

 

Le parole hanno un peso e una massa. E dunque un’attrazione gravitazionale,  proprio come i pianeti.

Dal nostro telescopio Diaspora ci appare come un pianeta grigio, sepolto sotto ad un guscio di concetti politici e storici che per effetto della gravità si sono ammassati intorno al suo nucleo, rendendolo invisibile ai nostri occhi. Vediamo solo la sua crosta, percorsa da gigantesche quanto anguste crepe attraverso le quali gli abitanti originari del nucleo cercano di decollare fuori, verso lo spazio esterno.

Eppure la diaspora di un popolo non ha bisogno dei nostri sensi di colpa. Il fatto che sia stata generata dalla sopraffazione, dalla criminale incidenza umana sulla storia è totalmente secondario rispetto alla magnificenza del suo processo. Nella cosmologia delle parole diaspora ha un peso ma non è un oggetto celeste. Piuttosto un fenomeno fisico ineluttabile, come la gravità o la luce.

Diaspora significa semplicemente disseminare. E Black Hole di Shamel Pitts altro non è che il racconto di questo processo di disseminazione, cosmico o meglio cosmogonico. Terzo capitolo di una trilogia “afrofuturista”, la performance del coreografo newyorchese oscilla tra la narrazione epica e la tradizione del racconto ancestrale.

Lo spettacolo inizia con i corpi dei tre danzatori, Mirelle Martins , Tushrik Fredericks e Shamel Pitts che letteralmente emergono dall’indistinto miasma di luce e oscurità, frutto dell’intelligenza di Lucca Del Carlo, l’artista brasiliano che per Black Hole ha concepito una mappatura visuale fortemente cognitiva, assolutamente determinante nel coinvolgimento del pubblico. Come organismi primordiali Pitts, Martins e Fredericks muovono i primi passi nella loro esistenza, intrecciano le membra per costituire una forma biologica più complessa fino all’acquisizione della forma eretta e quindi alla separazione, l’autodeterminazione e di conseguenza lo scontro. Il tema della diaspora viene così declinato non come elemento di emancipazione razziale o politica, ma come dialettica interna e identitaria. Una questione che riguarda esclusivamente le costellazioni del popolo nero disseminate nell’universo umano, una questione nella quale nessun altro deve essere coinvolto.

Non a caso in Black Hole aleggia lo spettro musicale e filosofico di una delle figure più controverse e affascinanti della musica nera. Sto parlando di Sun Ra: geniale compositore, eclettico jazzista, profeta e ciarlatano. Fieramente nero eppure originario di Saturno, dapprima aderì al movimento delle Black Panthers ma poi nel 1970 scrisse:

« Un tempo pensavo che i bianchi fossero la causa di tutti i mali, ma poi scoprii come fossero solo delle marionette manovrate da una forza superiore, che si è servita di loro… Qualche forza si sta divertendo a manipolare neri e bianchi, si diverte osservandoli comodamente seduto in un posto riservato, domandandosi: “Mi chiedo se si sveglieranno mai”.

Nelle musiche create da Sivan Jacobivitz per Black Hole che scandiscono momenti di rarefazione e esplosioni di frenetica tribalità in chiave industrial, più volte appaiono dei cameo di Sun Ra. Ma tutto lo spettacolo è fortemente intriso dello gnosticismo cosmico del fondatore dell’Arkestra. E grazie a questo respiro cosmico, Black Hole si spinge molto oltre i confini della performance. La creazione di Shamel Pitts aspira ad essere una vera e propria Opera.

La meticolosa precisione delle figurazioni plastiche dei corpi dei tre danzatori in scena, impegnati in prestazioni fisiche complesse e provanti, la ricerca tematica, il senso di responsabilità nell’affrontare una narrazione esaustiva… tutto questo sforzo suscita stupore e ammirazione.

Ma ahimè, anche una certa fatica da parte dello spettatore. L’impressione è quella di un lavoro che seppur motivato da una sincera e sentitissima esigenza espressiva abbia voluto comunque trincerarsi nella sicurezza di un corposo aspetto virtuosistico, persino agonistico.

Peccato, perché Black Hole avrebbe potuto trascinarci oltre l’orizzonte degli eventi. Ma del resto, sconfiggere la gravità non è affar da poco.