La bellezza (di un racconto) del Riccio

A Fiesole Alessandro Riccio e l’ Orchestra della Toscana raccontano Don Giovanni

Di David Della Scala

 

Viviamo in un’epoca fatta di racconti. La fantasia al potere, si gridava qualche anno fa… ebbene oggi il vero potere sta nella capacità di raccontare. I racconti dei cronisti, lo story telling dei politici, istagram, facebook, twitter, le recensioni dei film, degli alberghi, degli spettacoli teatrali: oggi siamo tutti raccontastorie. Ma in questa frenesia,  in questa bulimia della narrazione, ciò che si è perso di vista è il vero significato del termine raccontare. Più che con la fantasia, la parola raccontare ha che fare con il “conto”, con la computazione e il calcolo attento del modo più opportuno di proporre una storia affinché essa sia strutturalmente logica, credibile e soprattutto meritevole di essere raccontata.

E il racconto del Don Giovanni di Mozart scritto e messo in scena da Alessandro Riccio merita di essere ascoltato, visto e goduto per almeno due motivi: l’impegno nell’avvicinare il pubblico ad un’opera complessa negli intenti ma nata per essere patrimonio emotivo di tutta l’umanità e la grande passione di un attore certamente dirompente e ambizioso, ma che per raccontare Don Giovanni stavolta sceglie unicamente la misura del suo sguardo di teatrante, puntando l’obbiettivo sulle motivazioni dei personaggi e condividendo le proprie riflessioni sulla loro intima natura.

Si sa, uno spettacolo di Alessandro Riccio che si svolga in un teatro o in un caffè porta con sé un preciso contesto: quello di un pubblico che lo conosce e che lo apprezza per la sua verve trasformistica e che soprattutto attende il momento in cui potrà interagire con l’attore. Un’atmosfera di confortevole familiarità, di puntuale svagatezza che anche nella suggestiva cornice del Teatro Romano di Fiesole non è mancata: la presenza sul palco di una postazione camerino a metà tra il carrozzone da saltimbanco medievale e lo specchio illuminato di una diva anni 30, dove Riccio cambiava abito per impersonare i vari personaggi senza smettere di parlare col pubblico ha generato diverse occasioni per stemperare la tensione narrativa e persino l’ensamble archi e fiati dell’Orchestra della Toscana che coadiuvava l’attore fiorentino nell’esecuzione delle arie tratte dal Don Giovanni, non si è tirata indietro nelle molte gag che hanno puntellato lo spettacolo, come ad esempio il lancio di una scarpa in direzione dei musicisti da parte di Alessandro Riccio nei panni di un’esasperata Donna Elvira durante l’aria “Ah, chi mi dice mai”.

Eppure tra il richiamo di una risata della platea e qualche trovata cialtronesca per tener salda l’attenzione, i personaggi del Don Giovanni sono comparsi di fronte ai nostri occhi, tutti generati dai bei costumi di scena, dalla smaliziata mimica di Riccio e dalla sua personale visione nel tratteggiarli. Un Don Ottavio non più tenore ma timido, afono e perlopiù maldestro nel brandire il coltello della vendetta, un Leporello che vede in Don Giovanni la fulgente immagine di quello che vorrebbe essere e la sposina contadina Zerlina che si concede a Don Giovanni in un ballo lascivo, nel quale Riccio interpreta tutti e due i personaggi con una mirabile trovata: un unico costume simmetrico, metà uomo e metà donna.

Fino a momenti di vera poesia, nei quali non si ride e non si pensa ma semplicemente si rimane ammaliati come nell’esecuzione della canzone “Deh, vieni alla finestra”, una prova per attore e orchestra dove Riccio e l’ensamble di archi e fiati semplicemente producono bellezza.

Alessandro Riccio introduce le varie scene disquisendo del loro peso, del loro valore narrativo e mette sul piatto del giudizio del pubblico il suo modo di vedere i caratteri del Don Giovanni: una galleria di personaggi spregiudicatamente veri e ancora capaci di raccontarci il desiderio, il rimpianto, la vaghezza delle passioni femminili o maschili che siano.

E su tutti loro, il mistero del protagonista: Don Giovanni e la sua caparbietà nel perseguire ciò che promette per quanto sia esso immorale, sbagliato e persino blasfemo. E il terrore, che lo stesso Don Giovanni evoca davanti a quella statua di pietra che alla fine dell’opera dovrebbe dare risposte ma che a lui e a tutti noi, offre solo la vuota etica del pentimento.

In definitiva, questo spettacolo dimostra quanto quella del racconto sia la dimensione ideale della poetica, della passione e dell’intelligenza di Alessandro Riccio.

Uno spazio che si merita di frequentare, a pieno titolo.