Oltre Edipo, nella terra di Tebe.

Tebas Land di Sergio Blanco in prima nazionale al Teatro di Rifredi per la regia di Angelo Savelli

Di David Della Scala

 

Quando ieri sera Ciro Masella è comparso nel foyer del Teatro di Rifredi e ha iniziato a parlare con la voce di S. ovvero del protagonista di Tebas Land,  tutti ci siamo raccolti intorno a lui pensando che quel monologo iniziale fosse una semplice captatio, un godibile escamotage per predisporci alle tematiche del testo. Sorridenti, lo abbiamo ascoltato mentre ci raccontava delle difficoltà incorse nell’allestimento di un suo spettacolo nel quale non solo il protagonista era un parricida, ma dove l’interprete avrebbe dovuto essere il parricida stesso. Un giovane detenuto la cui presenza sul palcoscenico era vincolata all’emanazione di un permesso speciale nonché a diversi compromessi con le autorità competenti: una guardia carceraria sempre presente durante la messa in scena e sul palco una gabbia, sette metri per quattro e alta tre per contenere il detenuto e garantire la sicurezza degli spettatori. Una gabbia che all’autore ricordava molto il luogo dei suoi incontri preliminari con il giovane: il perimetro sorvegliato del campetto da basket della prigione.

“Bene…forse adesso possiamo rappresentare il nostro primo incontro. La prima volta che ci siamo visti. Si? Ok, seguitemi.”

Così seguiamo il protagonista dal foyer attraverso i camerini  fino alle quinte del teatro. Ma mentre camminiamo ecco che tra le parole di quel monologo introduttivo suona qualcosa di indefinito, come un primo campanello di allarme o  un’immagine intravista sullo sfondo che non ci rende più tanto sicuri di ciò che abbiamo appena sentito e che stiamo per vedere. Lo spettacolo col parricida è stato poi messo in scena, oppure no? A cosa assisteremo tra poco, alla rappresentazione di quel testo o al racconto degli incontri tra l’autore e il detenuto? E poi…dove siamo?

Tebas Land di Sergio Blanco inizia così, con una goccia di spaesamento segretamente disciolta in un rassicurante cucchiaio di zucchero offerto agli spettatori oltre la quarta parete.  Una medicina o un veleno che a poco a poco farà il suo effetto e come in un percorso iniziatico ci fornirà le prime nozioni di un alfabeto fatto di ambiguità ma sul quale vedremo presto erigersi tutta la solidità di un linguaggio funzionante e credibile.

E il gioco tra spaesamento e solidità è ben rappresentato anche dall’allestimento scenico. Quando dalle quinte il pubblico riemerge direttamente sul palco e viene invitato a prendere posto su delle gradinate che sono state montate per l’occasione, ecco che davanti a lui, vicinissima a lui…c’è la gabbia. La gabbia del campetto da basket, trasparente parallelepipedo di maglie di ferro che si staglia tra il pubblico e quella che abitualmente è la platea del Teatro di Rifredi:  uno sfondo rosso di 300 poltrone vuote, che per il numero ristretto dei sessanta spettatori ammessi ad ogni rappresentazione di Tebas Land sarà fonte di indubbia suggestione.

All’interno della gabbia troviamo Martino, 21 anni e  all’esterno Sam, stessa età e stesso volto. Martino è in carcere per aver ucciso suo padre, Sam invece è su un palco perché è un giovane attore che si sta preparando per interpretare il ruolo di Martino stesso. Eppure i due non si incontreranno mai. L’unico a interagire con entrambi, a muoversi dentro e fuori dalla gabbia, è il protagonista. L’autore teatrale chiamato S.

Un personaggio al contempo ignaro delle conseguenze delle sue azioni ma a tratti omnisciente. Tanto ambizioso nella sua smania di strappare dalla realtà una storia di finzione quanto capace di una profonda empatia con il prossimo, al limite dell’idealismo. Eppure non vi è traccia di incongruenza o di schizofrenia in tutto quello che vediamo fare e dire a S. perché ogni lato della sua ambiguità è credibile, o giustificabile. E la cosa più deliziosa e spiazzante è che mentre lo giustifichiamo, in fondo rimane il dubbio che ci stia prendendo per il naso… e a proposito di questo forse è il caso di iniziare una riflessione su Sergio  Blanco.

L’autore di Tebas Land pur avendo teorizzato la pratica narrativa dell’“autofinzione”, nei suoi testi precisa quanto essa non sia una tecnica da lui inventata ma il fondamento stesso della scrittura creativa, addirittura del linguaggio. Narrare è rappresentarsi e reinventare la realtà attraverso noi stessi: persino nella cronaca, quando il più obbiettivo dei redattori sceglie un argomento piuttosto che un altro, già prima di scrivere sta imprimendo nella realtà la sua personalità, la sua impronta. Nel suo decalogo sull’autofinzione, Blanco cita San Tommaso D’Aquino: “E’ più bello trasmettere agli altri ciò che abbiamo contemplato che contemplarlo soltanto.” Insomma a metà tra la psicologia comportamentale e la semiotica, il pensiero di Sergio Blanco si traduce in una drammaturgia precisissima, solida e inattaccabile della quale Tebas Land è un esempio lampante.

E quando come in questo caso, Blanco ci fornisce una bellissima trasposizione in chiave moderna del mito di Edipo, perfettamente funzionante e affascinante, credo che a vederci soffermare solo su questo aspetto il nostro se la rida non poco. Tebas Land è molto di più. E’ un colto gioco di sovrappesi, dove il corrispettivo relativo trova nel linguaggio della fiction il velo dietro il quale far scorrere tutta l’abilità un po’ mistica, un po’ ingegneristica di Blanco.

Tebas Land per dinamiche e fluidità situazionale ricorda un po’ i Promessi Sposi alla prova di Testori e l’efficacia della sua prima nazionale al Teatro Di Rifredi deve molto sia alla traduzione in italiano di Angelo Savelli, che visibilmente appassionato dal valore della drammaturgia di Blanco ha anche diretto lo spettacolo con grande  misura, sia ai suoi due interpreti. Samuele Picchi, nel doppio ruolo del condannato e del giovane attore è lucidissimo: reattivo e ponderato nell’uscire da un personaggio e entrare nell’altro, riesce a essere spalla ma al contempo ad attirare l’attenzione su di sé nel momento giusto, con garbata scaltrezza. E Ciro Masella è bravissimo. La sua interpretazione di S. ne racchiude tutta l’essenza multidimensionale. Masella alternatamente comprime e lascia correre le ambiguità del personaggio, i diversi livelli di lettura delle sue parole, dei suoi gesti, del tono della sua voce.

L’incontro con la drammaturgia di Sergio Blanco in questa prima nazionale è stato sorprendente. Il suo modo di raccontare e di confezionare una trama è come un’affascinante architettura di rimandi, di giochi narrativi e concettuali ma capace di erigere forme mirabili e maestose entro le quali circoscrivere tutta la drammaticità di una storia.