Alla corte patafisica di Re Ubu

Fino al 17 novembre attori professionisti e non sul palco del Teatro Studio Mila Pieralli per Ubu re di Alfred Jarry

 

Di David Della Scala

 

“La patafisica è una scienza che abbiamo inventato perché se ne sentiva un generale bisogno.” Scriveva  Alfred Jarry nel 1893. Una scienza rigorosamente inesatta, vicina alla metafisica ma un po’ più in là (o forse un po’ prima, chi può dirlo) che svolge il delicato compito di accordare ai lineamenti le proprietà virtuali degli oggetti…insomma, un lavoraccio. Che però qualcuno doveva pur fare.

Sebbene sia difficile indicare con certezza ciò che attiene alla patafisica, è sicuramente più facile riconoscere quello che, al contrario, patafisico non lo è per niente. Ad esempio, dire che Ubu Re di Alfred Jarry è solo un’ opera teatrale sull’ingordigia e la stupidità del potere è senza ombra di dubbio qualcosa di veramente (ma veramente) poco (e ripeto poco)… patafisico. No, cari miei, Ubu re è qualcosa di più di un affilato coltello satirico: è tutto l’arsenale dell’assurdo, al gran completo.

Merdrex2 è uno spettacolo nato nell’ambito di StudioTeatro, il programma di residenze artistiche pensato dalla Fondazione Teatro della Toscana per il Teatro Studio di Scandicci, dove gli interpreti delle compagnie Pilar Ternera e Gogmagog Teatro hanno riflettuto e sperimentato con un gruppo di attori non professionisti attorno all’Ubu di Alfred Jarry. Un racconto patafisico appunto, reattivo ai paradossi e fertile alle suggestioni che ha accolto le due linee parallele escogitate per la messa in scena.

La prima, quella più attinente al testo originale, dove vediamo Andrea Keammerle che con misura emotiva e gastrica indolenza ci regala i pochi, bellissimi tratti del suo Padre Ubu. Concavo nelle infinite possibilità che la sua interpretazione suggerisce e spigolosamente esatto dal punto di vista filologico, Keammerle opera una ricostruzione in scena del personaggio di Jean Jaques Cajou, da me come dagli altri tanto citato quanto sconosciuto: e ogni parolaccia, ogni vaffanculo è una delicata nota di chiosa nel riflesso condizionato dell’espressività lassista del suo protagonista.  Carlo Salvador lavora per sottrazione, imprimendo coraggiosamente al Capitano Bordure l’efficacia di un tormentone ( “Se si tratta di aprire una lettera…”) e offrendo la sua presenza scenica come ruolo di perno nell’attivazione iniziale del meccanismo narrativo. Marco Fiorentini e Alessia Cespuglio si inseguono in circolo per il palco completamente spoglio del Teatro Studio facendoci immaginare con pochi gesti gli ambienti del palazzo reale, la torre, il corridoio, la stanza dei bambini dove si deve far piano, un altro corridoio, un’altra torre… Michele Crestacci, garbato e asciuttissimo nel ruolo del re Venceslao, sa conquistare il centro del palco e al contempo essere efficacissima spalla di una gag. E Silvia Lemmi, deliziosamente svenevole nei panni della vedova regina e spassosa in quelli della micidiale arma segreta di Re Ubu.

E poi la seconda linea narrativa, affidata invece ai partecipanti dello workshop: Marco Vincenti, Cristina Degl’Innocenti, Giuseppe Gallina, Mirko Fierli, Marta Buondonno, Corinna Giovannini, Giulia Stefanini, Massimo Berti, Cenzina Girau e Angelo Ferrari sono quindi impegnati nella realizzazione di quadri, di intermezzi nella vicenda centrale di Ubu Re. In gruppi, o in coppie mettono in scena dialoghi improbabili, movimenti e azioni di personaggi dal sapore beckettiano, piccoli, perduti, affetti dalla coazione a ripetere. Chi sono? Potrebbero essere fantasmi o forse i cittadini di quel regno di Ubu che vivono le loro piccole, strampalate quotidianità all’ombra di ogni cambio di re, di ogni cospirazione, di ogni orrore della politica. Ora basta però, scervellarcisi troppo  sarebbe veramente poco patafisico…una cosa è certa: il bel lavoro di regia di Francesco Cortoni e le buone prove degli attori riescono ad integrare questi intermezzi nello spettacolo, che quasi diviene un oggetto tangibile, concreto come una mappa o un libro illustrato. A farci sfogliare le pagine di questo libro certamente contribuiscono le luci che si accendono sul palco sgombro e si spengono facendo sprofondare tutto nell’oscurità. Una soluzione che facilita l’alternarsi dei vari quadri e delle due linee narrative e che comprensibilmente tutela il tenore dello spettacolo dai cambiamenti di registro ma che forse potrebbe essere limata ulteriormente, dando più fiducia all’omogeneità degli attori, professionisti e non,  al fine di migliorare la fluidità complessiva.

Ora, lo sforzo di coinvolgere attori diversi per esperienza e livello, per quanto sempre encomiabile, avrebbe potuto tradursi in qualcosa di disomogeneo e poco godibile per gli spettatori. Eppure ieri sera, Merdrex2  non ha avuto il sapore di un saggio di fine corso. Vuoi per merito della regia, vuoi per la comune visione del testo evidentemente maturata dai due gruppi durante il laboratorio, Pilar Ternera, Gogmagog  e gli altri interpreti hanno saputo tracciare nuovi scenari e possibili mappature su quella terra sempre vergine ( ma che mai si sottrae alla deflorazione) rappresentata da Ubu Re e da tutte le sue derivazioni, ufficiali o apocrife che siano. E come per la patafisica possiamo dire che di uno spettacolo come questo “se ne sentiva un generale bisogno”.