La gocciolante Tempesta di Roberto Andò

 

La Tempesta acquatica e indecisa del Teatro Biondo Di Palermo

 

Di David Della Scala

 

Ultima commedia di Shakespeare, La Tempesta rappresenta probabilmente il culmine del procedimento col quale il drammaturgo per antonomasia intendeva traghettare l’idea dell’umano dall’età medievale  verso le nuove prospettive del rinascimento. La figura di Prospero, umiliato e esiliato ma che proprio nel luogo del suo confino trova l’ispirazione necessaria a perdonare i suoi nemici  è quindi il prototipo di un uomo non più soltanto occidentale o pagano. Un nuovo tipo umano che sceglie la conciliazione non per carità spirituale, ma come necessario stadio di passaggio verso una condizione di universalità.

E sebbene denso di apparizioni magiche, incantamenti, spiriti e visioni, il testo è forse uno tra i più scarni tra quelli delle commedie di Shakespeare. La sua forza sta piuttosto nel delicato equilibrio tra il registro della commedia, della fiaba e del racconto per simboli…la sua forza e tutto il potenziale rischio per chi intenda metterlo in scena.

Roberto Andò con questa sua Tempesta, prodotta dal Teatro Biondo di Palermo, offre uno spettacolo certamente ben confezionato ma che fatica a rendere chiari i suoi intenti.  La sensazione è quella di una perenne oscillazione tra un tentativo di allestimento moderno e il rispetto reverenziale per l’opera, un tentennamento che vizia lo spettacolo persino nei suoi aspetti più riusciti.

Ad esempio lo spazio scenico, ideato da Gianni Carluccio e vivificato dalle luci di Angelo Linzalata che disegna il padiglione di Prospero come l’umido stanzone di un faro, o di una diroccata capitaneria di porto nei pressi di una scogliera è sicuramente una trovata suggestiva. Ma  mano a mano che lo spettacolo prosegue, da ambiente scenografico generoso di congegni prospettici presto la scena si tramuta in una scatola macchinosa che finisce per intrappolare l’azione dei personaggi.  Anche il sipario gocciolante e il piano dove gli attori scalpicciano su un velo di vera acqua esaurisce presto il suo fascino, soprattutto quando ci rendiamo conto che per potenziare questa connotazione “acquatica” con l’uso di sonorizzazioni fuori campo, è necessario che la voce degli interpreti spesso debba essere filtrata attraverso dei microfoni, al fine di garantire la complessiva fragranza sonora. E ciò, unito a una certa indecisione nell’adottare un registro preciso da parte della regia, inficia anche l’interpretazione degli attori: un gruppo di bravi professionisti che si vedono costretti a mantenere per lo più un accordo sommesso e un po’ di piattezza espressiva.

Così, Paolo Briguglia e Giulia Andò, aderiscono a questo mood e umilmente offrono i loro Ferdinando e Miranda come niente di più della classica coppia di giovani innamorati. Mentre un coraggioso Filippo Luna che nel ruolo dello spirito Ariel tenta una prova più personale e sopra alle righe (che in un contesto diverso sarebbe stata molto apprezzabile) risulta invece  dissonante e disarmonico. Per lo stesso motivo, la divertente coppia Finculo- Stefano interpretata dai bravi Paride Benassai  e Gaetano Bruno regala al pubblico una scena di mirabile comicità ma che poi non si connette pienamente al continuum narrativo, e il caratterismo di Fabrizio Falco si inceppa, mancando l’occasione di esprimersi a pieno. Tra tutti riesce a spuntarla Vincenzo Pirrotta, col suo Calibano che gustosamente richiama la creatura di Young Frankenstein e attira l’attenzione e la simpatia del pubblico sulla sua fisicità, la sua padronanza della mimica e l’intelligenza espressiva.

A farsi pieno carico di tutti i limiti della rappresentazione ci sono le spalle di Renato Carpentieri che sceglie di ricoprire il ruolo di Prospero sempre un passo indietro, lasciando che gli eventi ruotino intorno a lui. E se anche il suo protagonista rimane vittima della macchinosità dell’adattamento che rilega l’interpretazione di Carpentieri a tempi e ritmi troppo scanditi e impersonali, sul finale dell’opera l’attore trova modo di mettere tutto il suo charme nel celebre monologo rivolto direttamente al pubblico, apponendo una firma almeno in parte salvifica per la riuscita di questo spettacolo.

La nave de La Tempesta di Roberto Andò alla fine riesce a raggiungere il porto, ma tradisce tutto il comprensibile sentimento di inadeguatezza  di un lavoro di sottrazione non pienamente riuscito.  Con le sue mirabolanti soluzioni stilistiche e di linguaggio che ahimè, sono solo come assi ben inchiodate sopra le falle di una chiglia.