L’After Hours di Riccio… all’ombra del Duomo

Il capodanno al Teatro Puccini inizia con Ore Piccole di Alessandro Riccio

 

Di David Della Scala

La notte e la memoria hanno qualcosa in comune: sono piene di zone oscure. Ma se  la notte è quella di capodanno e la memoria appartiene a un giovane trapper, pizzicato nudo e visibilmente alterato a due passi dal Duomo, è facile immaginare che di zone oscure ce ne siano parecchie e che non sarà facile per le forze dell’ordine ricostruire ciò che ha spinto il ragazzo a ridursi in quel modo. E come se non bastasse il diciannovenne Vladimiro è un osso duro, o per dirla alla francese, un vero dito… be’ voi sapete dove: rancoroso, collerico e irrispettoso verso le autorità, un cucciolo di randagio coi capelli ossigenati che più si spaventa, più morde.

Ore piccole è il nuovo spettacolo di Alessandro Riccio prodotto da Tedavi 98, in scena al Teatro Puccini fino al 2 di Gennaio e quindi, anche durante la notte di capodanno. Un particolare da sottolineare, perché sono sicuro che Ore Piccole troverà proprio nella sera del 31 dicembre il momento ideale per essere goduto dal pubblico.

Perché Ore piccole è tanto, magari troppo… ma in ogni caso, un piatto eterogeneo e straripante di licenziosità che ha tutto lo spirito di una festa di fine anno. Cabaret, canzoni, balli burlesque, battute facili ma anche fulminanti pensieri poetici che emergono in superficie e poi scoppiano come bolle di sapone, o meglio come petardi.

Il pretesto narrativo dell’interrogatorio attraverso il quale uno zelante maresciallo (interpretato dal sempre bravo e solido Ciro Masella) e il macchiettistico appuntato di Alessandro Riccio tentano una ricostruzione della notte del protagonista è l’ossatura dalla quale si diramano le scene visionarie dello spettacolo: dal piccolo ufficio della questura pubblico e attori vengono trasportati nel malfamato locale dove Vladimiro ha consumato la sua serata lisergica. Un bar che esiste solo nella memoria e nei suoi angoli più oscuri e quindi popolato da personaggi e apparizioni inquietanti, ma anche sorprendentemente salvifici come nel caso di Giuliana, la barista dalla decadente floridità interpretata da Gaia Nanni. Un personaggio interessante, che per quanto stereotipato ben assolve al suo ruolo di spigoloso Virgilio nell’inferno grottesco attraversato da Vladimiro, grazie alla bravura della Nanni e a più di una riga di sceneggiatura ben scritta, ma che forse avrebbe meritato il rischio di essere messo in scena con un’immagine meno caricaturale.

Dico forse, perché è veramente difficile immaginare cosa sarebbe questo spettacolo senza il suo gusto per l’eccesso e senza il suo tenore roboante che nel bene o nel male, ne costituiscono la vera cifra. Perché proprio nell’abbondanza dei colori in scena e dei travestimenti degli attori, nelle incursioni di danza burlesque di Viola Panik e Mr Punch (che a dire la verità non sempre convincono per incisività e per efficacia di intrattenimento) si annidano alcune trovate degne di nota, come ad esempio l’odioso uomo- poltrona che sa solo pontificare e attendere il fallimento del prossimo, lo spirito distruttivo fasciato di pelle che si annida nella ragazza zuccherosa, il luccicante Luciano-Lucifero sempre interpretato da Alessandro Riccio o ancora l’apparizione di una donnetta vestita da cupola del Duomo che fugace attraversa una porzione del palco e saluta sardonica il pubblico.

Già, c’è molto di Firenze in questa storia. Il centro storico, i viali, Settignano: Firenze coi suoi luoghi appena accennati nei dialoghi ma riconoscibilissima in quella sfumatura cupa che macchia anche i colori più sgargianti e che deforma in ghigno i sorrisi degli spettri. E la storia di Vladimiro, il protagonista ispirato dal musicista fiorentino  Cry Lipso, non potrebbe essere ambientata in un posto più adeguato. Una città abbastanza grande per perdercisi e piccola quanto basta da schiacciarti. Nei panni di Vladimiro c’è Vieri Raddi, già a fianco di Alessandro Riccio in Serrature. La sua interpretazione a volte spinge eccessivamente sul pedale dell’emotività, inficiata anche dalle microfonazioni che dovrebbero coadiuvare gli attori sul palco ma che invece generano un po’ di confusione nell’equilibrio tra i volumi delle voci e dell’ interplay. In compenso emerge chiaramente la capacità mimica e espressiva di Raddi, che sa tenere la scena e porsi a fianco o al centro delle varie coreografie.

Di certo questo viaggio al termine della notte, questo “After Hours” fiorentino non si risparmia in niente. Vibra, esplode e poi…straripa. E l’abbraccio di uno spettacolo generoso è davvero un bel modo per iniziare un nuovo anno.