Ha vinto Petrolini

Al Teatro Di Rifredi Dario Ballantini porta l’arte di Petrolini nuda e cruda. E in cambio riceve…Napoleone

Di David Della Scala

 

Tra tutti gli artisti, il comico a me è sembrato sempre il più solo. Un po’ perché sta lì, davanti alla platea o al centro dell’inquadratura di una telecamera come un animale esotico in una gabbia, con tutta quella gente a guardarlo e ad aspettare che che parli, salti, che ruggisca. Un po’ perché un comico, non è figlio di nessuno. Un attore, uno scrittore o un pittore possono dichiarare di ispirarsi ad un altro artista, e questo fa loro gioco, perché il pubblico prova subito un sentimento di reverenza. Un comico che dice di ispirarsi ad un altro comico è come uno che prima di raccontarti una barzelletta ti fa il nome e il cognome di chi gliel’ha raccontata. Un comico non ha padri, non ha madri. La sua storia inizia quando sale sul palco.

Dunque deve essere stato uno shock per i comici italiani, quando ad un certo punto, come tanti Edipi, si sono resi conto di avere dentro di loro un frammento di un padre inaspettato, ingombrante e un po’ scomodo come Ettore Petrolini.

Petrolini precursore, Petrolini genio, Petrolini attore.  Ettore Petrolini è uno di quegli oggetti mai pienamente identificati, la cui natura è sfuggita sia alla critica dei suoi contemporanei, che allo sguardo postumo. E al pari di altri oggetti della cultura e della memoria a Ettore Petrolini è toccata la sorte di essere disciolto nel corredo della comunicazione dei comici venuti dopo di lui oppure di venir musealmente imbalsamato in una bella teca che subito dopo il tg della sera lo ha preservato dal mondo esterno.

La prima delle tre serate di Ballantini e Petrolini, lo spettacolo di Dario Ballantini andato in scena al Teatro di Rifredi si è conclusa con una sorpresa per lo stesso Ballantini, anzi…molto più che una sorpresa. Sul palco è salito Franco Petrolini, discendente di Ettore per donare all’attore livornese una statuetta di Napoleone:  un piccolo oggetto, un cimelio che Ettore Petrolini portava sempre con sé come portafortuna. Con questo gesto Franco Petrolini ha voluto riconoscere allo spettacolo il suo valore, il suo impegno non solo nel ricordare il grande comico romano, ma nel proporre al pubblico odierno Ettore Petrolini allo stato puro, senza per questo trasformare il palco di Rifredi in una teca che racchiudesse l’ennesimo, intoccabile e inarrivabile mostro sacro.

E non c’è niente di più vero. Dario Ballantini fa con Petrolini qualcosa di veramente coraggioso e quindi di molto rischioso: proporre ad un pubblico degli anni venti di questo giovane secolo personaggi, giochi di parole e battute esattamente come li aveva scritti, pensati e messi in scena un comico di cento anni fa. Nell’esigenza di dover convincere dell’importanza del patrimonio petroliniano Ballantini avrebbe potuto scegliere di spingere sull’acceleratore, di rendere più accattivanti i ritmi o i toni e del resto, sappiamo che sarebbe stato in grado di farlo comunque con tatto e intelligenza. Ma quanto si sarebbe perso in questo procedimento? Moltissimo, forse tutto e aldilà del risultato, una tale operazione sarebbe stata non tanto una mancanza di rispetto nei confronti di Ettore Petrolini, che è già stato oggetto di riuscite e affettuose rivisitazioni, ma soprattutto nei confronti del pubblico.

E invece no. Dario Ballantini ha portato in scena i personaggi di Petrolini riuscendo a trovare un perfetto equilibrio tra l’introiezione che negli anni ha adoperato con loro e una ragionatissima ricerca filologica. E così Dario Ballantini ha vinto, il pubblico ha vinto e naturalmente… ha vinto Ettore Petrolini.

Ha vinto la sfida del tempo Ettore Petrolini, quando ci siamo ritrovati a ridere dei calembour, anche di quelli deliziosamentissimamente sciocchissimi di Salamini. Ha vinto quando siamo rimasti a bocca aperta muovendo su e giù le teste al ritmo dello stantuffare del canto modernistico di Fortunello. Ha vinto quando il gioco di “Bravo – grazie” nello sketch di Nerone, ora come cento anni fa ha suscitato il nostro applauso. L’ha avuta vinta su tutto e su tutti Ettore Petrolini, quando grazie a Dario Ballantini, è comparso in persona lì davanti a noi, con la mano in tasca e il cerone sul volto e ha tirato somme, addizioni e sottrazioni in merito alla sua carriera, i suoi successi e a tutte le critiche che gli venivano rivolte dalle squadracce organizzate dai tromboni, che si riunivano sotto al palco per gridargli: “Sei ridicolo, dici solo sciocchezze!”. Uno splendido monologo che Dario Ballantini ha tratto dall’autobiografia “Modestia a parte.”

Ballantini e Petrolini è uno spettacolo di rara misura, ben confezionato dalla regia di Massimo Licinio che convintamente ripropone lo scarno schema sul quale si articola tutta la rappresentazione: il dialogo informale, ma attentissimo di Ballantini col pubblico, il momento della preparazione del personaggio di fronte allo specchio della scenografia- camerino ideata da Sergio Billi e poi l’apparizione della macchietta petroliniana. Il tutto scandito dalla fisarmonica di Marcello Fiorini, autore di piccole perle di riarrangiamento degli accompagnamenti musicali tratti dalle incisioni di repertorio.

Un piccolo gioiello, un esempio di divulgazione che sa fare distinzione tra cultura e memoria, che sa preservare e nel contempo vivificare.