Da Goldoni, secondo natura

 

Ritmo, eleganza, intelligenza. La Locandiera di Proxima Res diretta da Andrea Chiodi

di David Della Scala

 

Capita a volte che un personaggio sfugga al controllo del suo autore e all’improvviso si metta a camminare sulle proprie gambe. Per il pubblico è una gioia e per gli editori una manna dal cielo, ma per quanto riguarda gli autori, bè diciamo che non sempre sono felici di ritrovarsi affannati a rincorrere con la penna le loro stesse creature. Si sa, a nessuno piace perdere il controllo.

Eppure mentre assistevo a La Locandiera di Proxima Res, andato in scena al Teatro Di Rifredi, sono stato raggiunto da una frase de “L’autore a chi legge”, ovvero la prefazione scritta da Carlo Goldoni alla sua celebre commedia. Parlando del personaggio del Cavalier di Ripafratta, oggetto del gioco di seduzione di Mirandolina, Goldoni scrive:

“…io medesimo diffidava di vederlo innamorato sul fine della Commedia, e pure, condotto dalla natura, mi è riuscito di darlo vinto al fine dell’Atto secondo.”

Fermi tutti, un attimo… che cosa?! Vorrei dunque darvi ad intendere che  Goldoni, Carlo Osvaldo Goldoni, non aveva il pieno controllo sulle sue creature come un Dottor Frankenstein qualsiasi? Ebbene sì, e non solo: azzardo anche che proprio in questo stava tutto il coraggio della sua riforma teatrale. Sostituire le improvvisazioni con le parti scritte, togliere agli attori il controllo sui personaggi, e così donare ai personaggi ciò che di più umano e di più divino possa essere donato: la parola

E’ questa rivoluzione, questa trasformazione che l’intelligenza di Andrea Chiodi e di Proxima Res portano in scena ne La Locandiera: il procedimento attraverso cui una maschera come Colombina, che la commedia dell’arte aveva rilegata al ruolo di eterna comprimaria, si tramuta in Mirandolina. Una donna vera, che ha un volto, che ha un corpo e si descrive e si manifesta in quello che dice. La parola la libera dal suo involucro di automata e nel contempo la condanna all’imprevedibilità dell’esistenza. O se volete, la rende irrimediabilmente umana.

La rappresentazione si apre appunto con la caduta delle maschere. I cinque attori di Proxima Res le abbandonano per svelarci i loro volti: Caterina Carpio, Caterina Filograno, Tindaro Granata, Mariangela Granelli e Fabio Marchisio interpreteranno tutti i personaggi sulla scena allestita da Margherita Baldoni, uno spazio antiprospettico, bianco e longitudinale come il lungo tavolo della locanda che taglia la visuale sul palco imprimendo nella percezione della spettatore unicamente le coordinate sinistra, destra, sopra e sotto.  Eppure questo foglio che viene via vergato dall’azione e dalle parole, non manca di un punto di fuga: quello dell’alterità o più prosaicamente quello della misura d’uomo e della sua riduzione in scala. Parlo delle piccole poupette la cui presenza in scena rende virtù la necessità di far interagire simultaneamente due personaggi interpretati dal medesimo attore, e che in ogni caso rimanda al metodo adottato da Carlo Goldoni, che di queste piccole bambole si serviva per delineare, direi tatticamente, le azioni dei suoi caratteri.

Bambole o esseri umani? Maschere o personaggi? In questa lotta con la propria ragione di esistere si dibattono e si misurano tutti i protagonisti dei cento minuti de La Locandiera di Proxima Res. Lucida la gradualità con la quale Fabio Marchisio conduce il suo Cavaliere di Ripafratta dalla radicale prudenza nelle cose d’amore all’invaghimento per Mirandolina, poiché nel distacco, come nel dubbio e poi nella rabbia, Marchisio riesce a mantenere credibile il personaggio e arricchirlo in corso d’opera. Il Conte d’Albafiorita della brava Caterina Carpio fa il suo dovere come antagonista “di toga” alla nobiltà “di spada” del Marchese di Forlipopoli, ma è nel ruolo di Dejaira che la Carpio rivela grande capacità di gestire l’azione scenica e di mettersi a disposizione del ritmo complessivo insieme all’Ortensia di Caterina Filograno, quest’ultima misurata e attenta anche nella sua interpretazione di Fabrizio. A Tindaro Granata è affidato il Marchese di Forlipopoli. Goldoni lo aveva descritto come il tipico rappresentante di una nobiltà già tramontata, dimentica delle ragioni dei suoi privilegi e sprovvista dei mezzi economici per farli valere. Un personaggio singolare, tridimensionale già nella sua stereotipia, che sfugge anche alla verificazione della riforma di Goldoni ma con il quale tutti i personaggi de La Locandiera debbono interagire. Granata ce lo mostra come un bimbetto di quarant’anni che si illude di saper condursi nel mondo solo perché crede di aver riconosciuto nel crollo delle mura del suo palazzo il momento più propizio per la fuga. Ma questo ruolo è anche una posizione strategica, dalla quale Tindaro Granata si carica della responsabilità di imprimere, ove e quando sia necessario una certa dose di istrionismo nella precisa ritmica dello spettacolo.

E bella, molto bella è la Mirandolina di Mariangela Granelli. La sua locandiera non solo sa tenersi alla larga dalle tentazioni rivendicative nelle quali avevano indugiato altre Mirandoline, ma affidandosi non più e né meno alle parole donate da Goldoni al personaggio, la Granelli riesce ad andare oltre ogni moralismo e a srotolare davanti a noi la rete nella quale è rimasta avvinghiata la ben triste pesca della sua protagonista: un groviglio di boccheggianti presunzioni fallite, tanto femminili quanto maschili.

La regia di Andrea Chiodi ha compresso La Locandiera in un unico atto. E laddove il testo originale prevedeva la fine e l’inizio di tre distinti capitoli, questo adattamento inserisce delicate parentesi che sospendono l’azione in scena e vedono gli attori radunarsi in piccoli gruppi per leggere ad alta voce l’introduzione di Goldoni, nella quale “L’autore a chi legge” illustrava la sua maniera di procedere nella scrittura e nell’ideazione della commedia. Potrebbe sembrare una trovata, ma perchè in un tessuto ritmico già così preciso e ben diretto prendersi anche il disturbo di inserire queste sospensioni didascaliche? 

Perchè la grandezza di Goldoni sta nella capacità di esser superato dalla sua stessa opera. In quelle creature che Goldoni creò con la sostanza del teatro e secondo natura e che all’improvviso si misero a camminare per proprio conto. E lui non ebbe paura, neanche quando gli passarono oltre.