Anche il “corretto” ha una pancia?

 

Il monologo di Rula Jebreal congela e commuove il pubblico dell’Ariston

Di David Della Scala

Bisogna essere obiettivi: Rula Jebreal ha tante qualità, ma di certo non quella della leggerezza. E’ bastato vedere la sua espressione quando durante la prima serata di Sanremo 2020 Amadeus ha presentato la canzone portata in gara da Achille Lauro: Me ne frego. Improbabile attribuire al lascivo e modaiolo cantante romano qualsiasi intenzione apologetica, ma quando il titolo di quella canzone è stato annunciato al pubblico dell’Ariston sul volto di Rula Jebreal si è dipinta per un attimo una smorfia contrariata.

Eppure rispetto ai mazzi di fiori donati alle concorrenti femminili come goffo gesto riparatorio allo scivolone dal sapore sciovinista della ormai famosa conferenza stampa di Amadeus, o al pavoneggiante monologo/lezioncina sulla bellezza delle donne rivolto da Diletta Leotta a sua nonna, seduta immobile e ieratica in sala, ciò che ha dato senso e credibilità ai tentativi di riflessione sull’identità femminile tanto paventati dalla prima serata del Festival di Sanremo, è stata la presenza e l’intelligenza di Rula Jebreal.

I suoi detrattori avevano presagito un’intemerata politicamente corretta, un monologo pieno di retorica sulla violenza contro le donne. E sapete una cosa? Avevano ragione.  E’ stata retorica, corretta, appassionata, combattiva…e proprio per questo Rula Jebreal è stata magnifica.

Tra quei due leggii, uno per il libro nero delle sofferenze e della vergogna delle donne vittime dei soprusi, l’altro che reggeva un bianco canzoniere di brani scritti da uomini per le donne, la voce della scrittrice palestinese sebbene rotta dall’emozione ha comunque saputo tuonare un appello alla responsabilità, diretto sia alle donne che agli uomini. Quello di farsi avanti, di non nascondersi dietro le paure o alla bellezza di una poesia, che senza il coraggio delle azioni rimarrà sempre e comunque un cosa vuota.

Tra tanta maniera, tra tanta prudenza, in tutta la formalità di quel festival che si colora e emoziona solo quando il presentatore fa uno strafalcione o un cantante una stecca, una donna, che forse ha il difetto di prendere tutto troppo sul serio, ci ha insegnato che anche la retorica delle cose giuste, di quello che oggi qualcuno chiama con disprezzo “corretto” ha una pancia. E sa vibrare, provare dolore e dal profondo, urlare.