L’apostrofo vuoto tra due parole

 

Al Teatro Di Rifredi le Tre Rotture di Rémi De Vos con Monica Bauco e Riccardo Naldini

Di David Della Scala

 

Il teatro di Rémi De Vos è un terreno scivoloso, nel senso che…ci si scivola dentro.

Certamente perché grazie al suo gusto per il comico, grottesco e surreale, l’autore francese riesce a mettere in scena il peggio di noi, tutto il peggio di cui la nostra civilissima società è capace, ma soprattutto perché un testo come Tre Rotture, sotto l’ apparenza di una strada a doppia corsia  dove le parole possono scorrere rapidissime, nasconde invece profonde tane del coniglio.

Sembra essersi accorto di quanto il teatro assomigli ad Alice e la contemporaneità  al coniglio che le fugge davanti, Rémi De Vos, che per risolvere il maledetto problema del linguaggio più adeguato per rappresentare il presente, ha avuto la felice intuizione di descrivere la contemporaneità non tanto con le parole, ma piuttosto con gli spazi vuoti, col bianco della pagina tra le battute fulminee e prive di termini connotanti. Sono quei piccoli intervalli di silenzio quasi subliminali che, se osservati in scala, rivelano una profondità nella quale lo spettatore non può far altro che cadere, per poi ritrovarsi come Alice a un livello successivo.

Dopo il debutto al Napoli Teatro Festival, Tre Rotture di Rémi de Vos arriva al Teatro di Rifredi, tradotto e diretto da Angelo Savelli. Tre quadri, tre situazioni, tre coppie che vengono ritratte nella paradossale istantanea della loro crisi.

Così, nell’ allestimento scenico curato da Federico Biancalani, il cui minimalismo è sottolineato dalle luci di Roberto Cafaggini, il palco diviene uno studio di osservazione scientifico-antropologica, un simulatore situazionale continuamente resettato da un assistente di laboratorio in camice bianco (vivificato nella misurata e puntuale presenza del bravo figurante Pietro Grossi) che prenderà la forma dei tre appartamenti dove avverranno le rotture delle tre coppie, tutte interpretate dal duo Monica Bauco e Riccardo Naldini.

Ma se i personaggi in scena saranno sempre solo due, una lei e un lui, ogni episodio di Tre Rotture sarà il racconto di un triangolo. Come per il suo linguaggio, in questo testo l’assenza varrà più della presenza e su ogni coppia aleggerà l’ombra di un terzo personaggio, citato ma invisibile. Così una tranquilla cena tra civilissimi fidanzati si trasformerà in un gioco al massacro scatenato dal disprezzo di Monica Bauco per l’adorata cagnolina di Naldini, una coppia classica e mediterranea verrà sconvolta dalla  rivelazione di un’attrazione omosessuale per un aitante pompiere e due genitori arriveranno a pianificare il miglior modo per liberarsi di un bambino che ormai li tiene in ostaggio, annullando ogni volontà che esuli dall’apparire un bravo padre e una brava madre. Quest’ultimo episodio particolarmente gustoso, con i due genitori che confabulano, origliando timorosi l’audio del dvd che nella stanza adiacente il dannato moccioso continua a somministrarsi. Suoni da cartone animato che echeggiano ansiogeni come i passi di un John Gabriel Borkman nella stanza al piano di sopra.

E’ proprio attraverso questi personaggi invisibili e al contempo enormi e ineludibili che De Vos  offre alle sue tre coppie l’unica via d’uscita che la loro mediocrità possa concepire. Ogni coppia è un duo di individui che prima di comunicare realmente l’uno con l’altro, piuttosto ha l’esigenza di trovare una forma socialmente corretta per far ciò che gli pare. E quando nessuno dei due cede, non resta che scaricare la responsabilità su quel vertice del triangolo così ingombrante ed assente. “Sarà lui a decidere…” convengono i due genitori che pianificano una separazione per essere, almeno ad intermittenza e a turno, liberi dalla schiavitù autoimpostasi mettendo al mondo un figlio.

Il lavoro della regia fa trasparire una connessione particolarmente ispirata da parte di Angelo Savelli con il testo. Non è solo un bel confezionamento la messa in scena di Tre Rotture, ma l’accordo con una tonalità formale efficace per ritmica e intenzioni. Attenta ma capace di rilasciare grande calore espressivo Monica Bauco, col suo stile bilanciato tra la verve comica e l’immedesimazione. Quanto a Riccardo Naldini: bravo, molto bravo. Affilato e spietato come teneramente ingenuo, disperatamente e irrimediabilmente maschile, l’attore rende credibili nel ritmo sostenuto della rappresentazione i suoi tre personaggi, facendoli oscillare entro una gamma di registri appropriata, del tutto funzionale allo spettacolo e risultando particolarmente incisivo per padronanza scenica e mimica.

Tre Rotture è una pièce singolare: leggera e cattiva. Durante il suo unico atto si ride molto e  si ritrova finalmente il piacere di sogghignare sadicamente senza incorrere in maramaldeggianti becerismi. Eppure è a spettacolo concluso che il testo inizia la sua operazione di destabilizzazione, di spiazzamento: può avvenire subito, immediatamente dopo l’uscita da teatro o più tardi, quando tra le confortevoli mura della nostra casa improvvisamente ci sorprenderemo a usare una frase di circostanza, un garbato sarcasmo o un’ innocua frecciata, mentre dentro di noi si dibatte ciò che di meno garbato, innocuo e civile possa essere umanamente provato.

Ecco, su quel palco c’eravamo noi. Ma quando siamo diventati così? Quando siamo precipitati nello spazio bianco, in quel breve silenzio tra due parole? Poco importa, perchè ormai è successo. Ci siamo spinti oltre, da un’altra parte.