Un/DRESS: corpo e contenuto

La coreografa italo giapponese Masako Matsushita a Fabbrica Europa con Un/DRESS

Di David Della Scala

Una delle cose più apprezzabili dell’arte di Masako Matsushita sta in quel particolare equilibrio tra coolness e sostanza espressiva. Di certo la coreografa pesarese sa come utilizzare il suo carisma per coinvolgere e catturare l’attenzione del pubblico ma nei suoi lavori emerge sempre un approccio asciutto e rispettoso nel maneggiare i linguaggi  della tradizione giapponese. Il tentativo di trarre da un ricerca personale,  fondamentalmente incentrata sulle proprie origini, un immaginario universalmente valido.

UN/DRESS | Moving Painting proposto ieri sera nell’ambito di Fabbrica Europa al PARC delle Cascine, nasce nel 2012.  Masako Matsushita lo ha rappresentato altre volte negli ultimi anni, ma ci piace pensare che dopo i mesi di vuoto del lockdown la scelta di rimetterlo in scena acquisisca un significato particolare. E in effetti, Un/DRESS col suo sapore gradevolmente saggistico, tutto basato sull’occupazione dello spazio e del tempo ci è apparso come una bella prova di genialità coreografica che la maturità dell’interprete e la sua riflessione su di esso hanno affinato e ottimizzato.

C’è un corpo nudo che avanza accovacciato lungo il vettore verticale a lato della scena, sulla sua strada uno dopo l’altro incontra un indumento intimo e lo indossa, uno, due, tre… e il corpo, da nudo diviene bozzolo multicolore. La domanda è: che sorta di sembianza meravigliosa è stata promessa a quel corpo che sin dall’inizio, prima di rintanarsi nell’involucro di tessuto colorato era già una splendida farfalla? Perchè barcamenarsi attraverso il tempo e lo spazio?

Il tempo, che è il respiro di Masako Matsushita mentre misura ogni passo, attraverso lo spazio che è la scena tagliata da prospettiche linee nere. Ecco, assistendo a Un/Dress viene voglia di fermare tutto e a dispetto di ogni legge fisica e prospettica, afferrare il pannello della scena per i bordi e inclinarlo, ruotarlo e osservarlo da un’altra angolazione.

Un pannello di gioco sul quale, come una pedina, il corpo mostrerà la sua capacità di movimento… laterale, diagonale. E tra le pieghe del tempo della performance si dischiuderanno parentesi, incorniciate dalla luce, dove attraverso l’opportuna gestualità delle pose di Masako Matsushita, gustosamente prese in prestito dalla caratterologia teatrale giapponese e la suggestione rarefatta delle musiche curate da Federico Moschetti, si sperimenterà tanto l’ambigua seduzione del vestirsi quanto la terrificante indeterminatezza della nudità.

Un/Dress è insomma, un bel giocattolo. E quei due o tre che buttano via il loro tempo a leggermi ogni tanto sanno che per quanto valga, questo è un complimento. Ma mentre scrivo non posso fare a meno di pensare al fatto che aldilà dell’aspetto performativo questo spettacolo abbia anche il sacrosanto ardire di proporsi come discorso narrativo, salvo poi finire per incorrere in un certo vizio di vaghezza. Pietà di me, non sto parlando di contenuti. Dei contenuti ne ho anche io piene le scatole e basta aprire qualsiasi comunicato stampa per rendermi conto che qui di contenuti ce ne sono a bizzeffe: “L’identità femminile, il rapporto col tessuto, il cambiamento della società…”

Sto parlando di struttura, di alternarsi di momenti, e quasi fino alla fine, una sua credibilità autoriale Un/Dress ce l’ha eccome: il progresso della figura umana che si riduce alla sovrapposizione sulla nostra pelle di supporti esterni, quali i vestiti, le convenzioni sociali. E poi l’adeguarsi,il vano cercare di ricavare una qualche creatività e identità personale da queste sovrastrutture. Ma quando il discorso di Un/DRESS giunge allo scioglimento finale, tutto è affidato a un po’ di sensazionalismo che pur mantenendo il buon livello di esecuzione formale si trincera dietro una fumosa epifania estetica che abbandona il pubblico sull’orlo della lascivia interpretativa. Può esser tutto, come niente: una di quelle soluzioni che, se ancora non indigeste, già cominciano a sembrarci poco coraggiose.