Hic sunt transex

I love my sister di Enzo Cosimi: il gender fuori dalla retorica

 

di David Della Scala

 

Raccontare una vicenda personale significa avventurarsi in un territorio pericoloso. Per quanto si possa essere temerari e perfettamente consci che sin dal primo passo saremo esposti al giudizio di chi ascolta, quando poi ci si ritrova nel mezzo del cammino, troppo lontani per tornare indietro e troppo distanti dalla meta per esser sicuri di raggiungerla, per chi vuol rendere esemplare un racconto c’è sempre una scappatoia, una strada più semplice  E’ segnata ad ogni incrocio con parole meravigliose che col tempo sono divenute interscambiabili. Epopea, resilienza, diritto, autodeterminazione, parole che conducono sempre in un luogo che ci si illude di poter soltanto attraversare, ma dove anche la più ardita delle spedizioni finisce per impantanarsi. Un posto chiamato retorica.

Qualsiasi racconto di identità cammina da sempre su un filo sottile, in perenne equilibrio tra la necessarietà di una retorica e il pericolo di sprofondare nei luoghi comuni. Forse è per questo che Enzo Cosimi in I Love My sister, capitolo finale di una trilogia di vicende individuali e al contempo universali, ha scelto di mettere in scena una storia di transessualismo dal femminile al maschile, FtoM come recita l’acronimipedismo di genere. Un percorso del quale sulle mappe dell’umano si rende scarso conto, una transizione guardata con sospetto proprio perché priva di appigli per l’immaginario giudicante della società ma forse per questo ancora vergine rispetto agli stereotipi e alle etichette.

E così, mentre di fronte a noi c’è Egon Botteghi disposto a raccontarci il suo percorso fisico, biologico ed emotivo, ecco che la drammaturgia scarna e puntuale di I Love My sister rende il monologo-performance del suo protagonista una vicenda paradigmatica, effettiva, che sa tenersi lontana da certi trinceramenti ideologici e che risulta efficacissima proprio nel saper contenere e sapientemente rilasciare la forte componente emotiva di un attore non professionista chiamato a mettere in scena la sua avventura umana.

E’ un mirabile dispositivo lo spazio di luci e di strumenti video realizzato da Stefano Galanti e Giovanni Magnarelli, che segue e declina in vari linguaggi le parole e i gesti di Egon Botteghi. Ma soprattutto testimonia il bel mestiere di Enzo Cosimi. Coreografo che sa lavorare col corpo dei suoi protagonisti ma anche mettere a punto una macchina scenica dove il corpo dell’attore possa esser calato e che risponda tanto agli istinti espressivi del pilota, quanto alla direzione indicata dalla scrittura del testo.

Un testo che è visibilmente frutto di un lavoro di confronto tra Cosimi e Botteghi, dove l’intelligenza critica e selettiva di quest’ultimo ha saputo mettere a disposizione della stesura impressioni incisive e immagini efficaci.

Durante lo spettacolo, Egon Botteghi ci racconta di sua figlia che un giorno se ne uscì con: “Mamma, per essere un uomo hai le tette troppo grandi…”

Sarebbe facile liquidare queste parole con la retorica. I bambini che sono scevri dai pregiudizi, che sono puri…eccetera eccetera. Ma c’è molto di più. Viviamo una vita intera a tormentarci su quale sia il modo migliore per essere uomini, donne, padri, madri, mariti, mogli, etero, gay, lesbiche. Eppure abbiamo il coraggio di puntare il dito contro qualcuno e dirgli: “Sei confuso.”

Ebbene nelle parole di quella bambina c’è la potenza di un giudizio  non etico ma circostanziato, pragmatico. Un assaggio di quella disarmante chiarezza che a noi fa tanta paura.