Ka, Fandard e… l’Altro

A Fabbrica Europa il dialogo tra i due intelligenti spettacoli di Leila Ka e Alexandre Fandard

Di David Della Scala

Altro senza articolo, l’altro che non sia aggettivo, altro che non sia retorica è un concetto felicemente sfuggente. Ispira tenerezza la nostra goffaggine nel maneggiare la parola “altro”. Vedete? C’è sempre bisogno di metterla tra due virgolette o dopo un apostrofo. C’è comunque bisogno di affiancarlo all’irrinunciabile IO. Eppure a chi è pronto ad accettare la sua inafferrabilità, ALTRO riserva tutto il gusto del sublime.

Lo scorso sabato al Teatro Mila Pieralli di Scandicci, due giovani coreografi, Leila Ka e Alexandre Fandard, ci hanno resi partecipi dei loro rispettivi ragionamenti sull’alterità. Due narrazioni che senza aver la pretesa di avere “l’ altro” come complemento oggetto, si sono mosse attorno a quell’inespugnabile archetipo tentando di tratteggiarne un’immagine con l’invisibile tavolozza del non detto, dell’assenza, del fuori campo.

 

In C’est toi q’on adore di  Leila Ka, Altro è una divinità, una forza onnipresente e contraria: la gravità. La gravità che spinge i corpi di  Leila Ka e Rebecca Journo contro il suolo, per quanto le due danzatrici cerchino di opporsi a lei. Una danza che è una lotta rituale contro il proprio dio, assente in scena ma riflesso nello sguardo determinato e disperatamente eroico di Leila Ka quando osa risollevare gli occhi verso l’alto ogni volta che l’invincibile forza la costringe faccia a terra. Una delle cose più belle di C’est toi q’on adore è che se fosse possibile fermare il tempo, ogni  singolo fotogramma dello spettacolo ne restituirebbe la potenza narrativa. Come in una raffigurazione di un episodio mitologico questo ipotetico fermo immagine conterrebbe sia l’antefatto che l’intera sinossi: una comunità ancestrale fatta di due persone, che un tempo erano vicendevolmente l’altro, ma che adesso lottano coese contro una terza presenza esterna a loro, e per questo altra nel senso più totalizzante del termine. Un doppio Prometeo che combatte e si dibatte incurante del destino che è già stato scritto per lui.   La serenata di Handel come il gong che suddivide le riprese in un incontro di pugilato detta col suo clavicembalo in tre quarti le regole d’ingaggio alle quali Leila Ka e Rebecca Journo dovranno attenersi nella loro sfida contro il superno.                                                            Attingendo a pochi e ben scelti elementi dell’alfabeto della danza moderna Leila Ka riesce a far dialogare il ritmo serrato della coreografia con la tensione drammatica di questo lavoro che seppur narrato soltanto con i movimenti del corpo è in tutto e per tutto un vero testo d’autore. Talmente riuscito nel suo complesso da rendere giustificabili alcuni particolari che è difficile individuare come fortuiti o voluti, come ad esempio qualche sguardo di Rebecca Journo in direzione della Ka (la Journo sostituisce Alexandre Fandard che a causa di un infortunio alla gamba siede con noi in platea). Forse osserva la compagna per sincerarsi di mantenere la giusta tempistica nella pioggia di movimenti previsti dalla coreografia, che per altro risultano perfettamente eseguiti, ma ciò che è certo è che quegli sguardi fuggitivi offrono un’ulteriore suggestione narrativa, forse un rapporto di comprimarietà trai due personaggi. Due individui la cui storia non ci è stata raccontata ma dei quali possiamo immaginare molto, semplicemente osservandoli ballare.

 

Se nella creazione di Leila Ka, ALTRO è una legge fisica alla quale opporsi, in Très Loin, à l’horizon  di Alexandre Fandard l’alterità diviene un miraggio, un fenomeno di proiezione. Ancora una volta nel lavoro del coreografo francese appare centrale l’elemento della luce, ma stavolta Fandard non utilizza il gioco del chiaroscuro dal quale far emergere il corpo come avveniva nel precedente “Quelques-uns le demeurent”, ma traccia con un dispiegamento di proiettori su un lato del palco un vettore da sinistra a destra simile alla striscia di un fumetto.

La storia è quella di un sogno urbano che condurrà le due danzatrici (sempre Leila Ka stavolta affiancata da Jennifer Dubreuil ) dal grigiore della metropoli fino ad esotistici panorami di un’ Africa lisergica, sintetica che sembra mutuata dalla favolistica sonora di My Life in the Bush of Ghost. Queste due aspiranti viaggiatrici portano entrambe una sahariana: una scelta divertentissima perché non esiste altro indumento così metropolitano che abbia anche l’ambizione di riecheggiare improbabili panorami coloniali.  E per giunta la loro vista che dovrebbe spaziare verso sconosciuti orizzonti è accecata dalla mano che tengono di fronte agli occhi. Cieche per scelta o per comportamento acquisito il loro sogno di lontananza si riduce a meccanici movimenti sul secondo battito del quattro quarti di una lunga progressione house techno. Ma l’insistenza con cui seguono pedissequamente quel ritmo ripetitivo da demenziale diviene trascinante, ipnotica e inaspettatamente ci ritroviamo a credere in quel sogno di tribalità inverosimile. Inizia a sfiorarci l’idea che quella mano di fronte agli occhi non sia un limite, ma l’elemento indispensabile di un rito tecno sciamanico che conduce alla visione di un panorama interno altrimenti inaccessibile. Fandard sa creare spettacoli dal forte valore autoriale, intensi, emotivamente potenti. Ma in questo Très Loin, à l’horizon c’è un ulteriore aspetto: quello di un divertissement ideato con una buona dose di intelligenza. Ipnotizzato dall’estaticità del ritmo, l’occhio dello spettatore è concentrato sui movimenti scattosi degli arti superiori delle danzatrici senza accorgersi che i loro corpi lentamente si spostano diagonalmente disattendendo la vettorialità da sinistra a destra suggerita dalle luci iniziali. Come il filo legato ad una trottola lo sguardo le segue e esplora tutta la profondità prospettica del palco…in avanti, indietro, centrale. L’alterità del viaggio non sta nella meta, ma nelle pieghe inaspettate del percorso.

 

Nel proporre in un’unica serata i lavori di questi giovani coreografi Fabbrica Europa non solo ha ospitato due spettacoli geniali, potenti, affascinanti. Ma si è resa lo scenario ideale dove dove due ragionamenti attraverso il dialogo possono diventare…altro.