C’è danza su Marte

A Fabbrica Europa, la narrazione coreografica a gravità zero di Annamaria Ajmone

Di David Della Scala

Il magnifico straniero. Con queste poche parole Novalis riuscì a descrivere l’essere umano. Privo di una pelliccia per proteggersi dal freddo, di artigli con cui cacciare, di occhi con cui vedere nel buio l’uomo non esiste in funzione di una qualche ragione nell’economia della natura ma solo nel suo rapporto con essa. La parola “umano” ha un vero proprio senso solo se usata per descrivere l’insieme dei comportamenti che l’uomo attua nell’ambiente che lo circonda. Un ambiente sempre inospitale, in cui l’umano sarà sempre e comunque alieno. Sulla Terra come su Marte.

Ma Annamaria Ajmone nel suo “Segreto” ci racconta un ulteriore aspetto della natura umana e del suo rapporto con l’ambiente:  la caparbietà nel cercare persino negli spazi più matrigni un senso alla sua esistenza. L’essere umano descritto dall’Ajmone è una danzatrice che mentre raccoglie piccole rocce indigene dal suolo di un pianeta insondato, sembra chiedersi: “Perché, se mi è stato concesso di dare un nome ad ogni cosa, questa roccia non può sussurrare al mio orecchio anche una sola parola, un solo indizio sulla mia ragione di esistere?”

Fatalmente dipendente dalla necessità di piegare la natura, di viziare con la sua presenza lo scenario di ricerca, la danzatrice-argonauta sa di potersi muovere appena oltre il limite dell’atmosfera artificiale circoscritta dal raggio d’azione dei tre piccoli moduli sonori ideati da Francesco Cavaliere. Tre piccole macchine giroscopiche che, con tecnofila licenza poetica degna di una vera missione spaziale, sono chiamati “Rose Spinner”. Piazzati suolo marziano dello spazio scenico i Rose Spinner producono ognuno una gamma di suoni diversi che intrecciandosi creano la cupola dove l’unica cosmonauta della missione di Segreto può sopravvivere e respirare.

Ma se i limiti biologici ristringono l’ampiezza del suo campo operativo, l’umana è pronta a sperimentare ogni genere di linguaggio per strappare un’interazione al pianeta che la ospita. Ed è qui che la coreografia ideata da Annamaria Ajmone, che personalmente ho avuto modo di osservare nell’assolo di Marta Capaccioli, si rivela particolarmente delicata e giocata sul susseguirsi di molte figurazioni, alcune delle quali piuttosto impegnative a livello tecnico e comunque tutte richiedenti gran senso di misura e di attenzione nella scansione temporale del movimento. Si va dall’espressività del labiale, sino al simbolismo dei gesti richiamanti archetipi ancestrali, primitivi, geroglifici, passando attraverso posizioni che ricercano un’accordatura raffinatissima tra l’equilibrio del corpo e l’effetto visivo. Ed è proprio in quest’ultimo aspetto che Marta Capaccioli, sempre attenta e comprensibilmente impegnatissima nello svolgimento delle varie esecuzioni, riesce a materializzare davanti ai nostri occhi momenti di potente suggestione. Nelle figurazioni a terra, il suolo che utilizza come appoggio d’improvviso scompare e con lui lo sforzo, il peso e la gravità stessa. Pur nella linea più bassa del nostro campo visivo, non sappiamo più se il suo corpo stia volando o sprofondando nel vuoto. Un’illusione bella da guardare, bellissima da provare.

Cerca di parlare con quel pianeta l’umana. E se l’unica risposta possibile fosse solo un’eco? Forse la magnifica straniera farà finta di niente e continuerà a cercare. Qua dalla Terra a noi basta sapere che lei è lassù, e danza su Marte.