Ci ritrovò una danza perduta

 

Lo splendido progetto di Alessandro Sciarroni chiude Fabbrica Europa 2020

Di David Della Scala

—  “Una danza non ha bisogno di essere salvata dall’estinzione. Non è come una specie animale, semplicemente non può estinguersi.”

E’ con queste parole che Alessandro Sciarroni commenta e nel contempo disattende il riconoscimento che pubblico e critica hanno attribuito al suo Save The Last Dance for Me, ovvero quello di aver riscoperto e salvato dall’oblio una danza nata nei primi del 900 ma della quale si stava per perdere ogni passo, la polka chinata.  “Una danza non può estinguersi…” eppure prima che il percorso dello spettacolo iniziasse, esisteva solo una manciata di persone nella provincia emiliana in grado di ballare la chinata e invece adesso grazie al suo lavoro e a quello dei danzatori Gianmaria Borzillo e Giovanfrancesco Giannini,  non solo possiamo ammirarla durante i venti minuti dello spettacolo ma altri danzatori possono impararla attraverso gli workshop che il progetto prevede.

E allora cosa intende Sciarroni, cosa ha fatto esattamente in questo lavoro?

E’ bello che Fabbrica Europa, rassegna che da sempre incentra sulla danza la sua indagine sul contemporaneo, concluda l’edizione 2020 con un dialogo tra il pubblico e un autore che ha sentito la necessità di introdurre un ragionamento più complesso attorno alla ricerca e alla preservazione delle forme espressive. Perché ciò che a volte dimentichiamo è che la danza è un linguaggio e che i linguaggi hanno la capacità di sopravvivere a chi li crea. Nella nostra visione antropocentrica, di distruttori o salvatori di tutto, crediamo che le cose abbiano bisogno di noi per sopravvivere ma  spesso tutto ciò che sappiamo fare è mummificarle, impagliarle e metterle sotto ad una teca. Ci crediamo inventori di linguaggi ma siamo padri solo delle lingue morte. Sciarroni non ha strappato la polka chinata dal baratro dell’estinzione perchè sebbene poco praticata, quasi dimenticata lei continuava a vivere nel meticciato del folclore, che non fa distinzione di spazi e di tempi. Sciarroni non l’ha raccolta ma ne ha seguito la scia, scandendo la propria inventiva sul suo battito in due quarti e cercando di ascoltare la storia che la chinata aveva voglia di raccontargli. Una storia che il linguaggio della chinata porta dentro di sè, quella di un tempo e di un luogo ma anche di una sfumatura del nostro essere umani che vedremo in ogni tempo e luogo nel quale quella danza verrà ballata.

Alessandro Sciarroni l’ha usata per esprimersi, certo. Esattamente come la usavano gli uomini che ballavano a coppie sotto i portici di Bologna, dando prova di resistenza negli estenuanti volteggiamenti di quel ballo, di quel richiamo amoroso destinato alle donne che alla finestra osservavano i ballerini, ma che univa due corpi maschili in un unico oggetto in movimento. E nel contempo ha avuto la felice intuizione di emanciparla dalla sua musica per evitare le esotistiche, amarcordiane suggestioni che nell’orecchio dello spettatore del ventunesimo secolo la polka avrebbe causato. Così, accompagnati dal trascinante ma discreto tempo quaternario della ballad elettronica composta dai Telemann Rec., Gianmaria Borzillo e Giovanfrancesco Giannini iniziano a danzare e a mostrarci i passi e l’impostazione della chinata. Una danza orizzontale che non prevede un vero e proprio ruolo tra chi conduce e viene condotto, ma piuttosto una continua sinergia di spinta e di sostegno reciproco. Ed è qui che emerge una gustosa e misurata pennellata di drammaturgia: le espressioni dei due danzatori che si osservano, si sorridono, si incoraggiano silenziosamente con lo sguardo nella fatica che li mette alla prova, diventano un dialogo che allude ad un prologo sconosciuto e che rende ciò che vediamo parte di una storia più grande. Ma è qui e ora il susseguirsi dei passi, l’affanno dei respiri, la concentrazione agonistica dei vorticosi e tendinei volteggiamenti nei quali i sorrisi di complicità di Borzillo e Giannini si mutano in gioia, finchè lo sforzo fisico scompare nella generosità della più incantevole armonia.

Eccolo. Stava nascosto sotto la cenere del tempo il linguaggio della polka chinata ed è bastato un soffio per far danzar di nuovo la sua fiamma. Nuda come la luce dello stanzone di una balera, quella danza che non aveva bisogno di esser salvata ora ce l’abbiamo di fronte. Eravamo perduti e lei ci ha ritrovato.

 

 

ALESSANDRO SCIARRONI

Save the last dance for me

 

invenzione Alessandro Sciarroni

con Gianmaria Borzillo e Giovanfrancesco Giannini

collaborazione artistica Giancarlo Stagni

musica Aurora Bauzà e Pere Jou (Telemann Rec.)

abiti Ettore Lombardi

produzione corpoceleste_C.C.00#, Marche teatro – Teatro di Rilevante Interesse Culturale

coproduzione Santarcangelo Festival, B.Motion, Festival Danza Urbana