Le parole nude di Narciso

Sul palco del Teatro di Rifredi, Carmine Maringola legge L’Ira di Narciso di Sergio Blanco

Di David Della Scala

Il Teatro di Rifredi ieri sera ha dato il via alla sua “Bizzarra Stagione” e già dal primo spettacolo le aspettative generate da quel titolo ironico e curioso sono state soddisfatte. Rifredi è ripartita da Sergio Blanco, il drammaturgo franco uruguaiano che lo scorso anno avevamo avuto modo di conoscere sempre sul palco del teatro di via Vittorio Emanuele, proponendo però non un allestimento completo ma bensì una lettura scenica del suo L’ira di Narciso nella traduzione di Angelo Savelli. Questa scelta si è rivelata l’occasione di conoscere nella sua “nudità” un testo interessante, pop e al contempo colto che a parere del sottoscritto articolista potrebbe essere il manifesto della drammaturgia di Blanco.

Grazie al precedente Tebas Land e all’incontro con l’autore lo scorso anno avevamo preso confidenza con quella tecnica alla base del suo processo creativo che lo stesso Blanco definisce “autofinzione”. Ovvero la dilatazione narrativa di un evento vissuto in prima persona ma che poi in corso di scrittura si trasforma e sceglie di intraprendere le strade del verosimile piuttosto che quelle dell’autobiografia. Una licenza nel raccontarsi, una bugia necessaria per rendere un’esperienza personale più oggettiva e universale della realtà stessa.

L’ira di Narciso è il resoconto quasi diaristico di un soggiorno di Sergio Blanco a Lubiana, dove parallelamente all’aspetto pubblico di intellettuale impegnato in una serie di interventi presso una conferenza, si consuma la storia privata di un incontro casuale, una storia di sesso e di affettività vissuta nei non luoghi di una camera d’albergo, di un parco dove fare jogging al mattino, di un museo. Una storia che poi all’improvviso si tramuta in un giallo limaccioso e cruento, nella quale  l’oggetto della ricerca non è solo l’identità dell’assassino ma anche quella della vittima, nella migliore tradizione dell’inchiesta drammaturgica.

L’Ira di Narciso è poi e soprattutto un racconto in prima persona, dove però il concetto di alter ego tra autore, personaggio e attore in scena è un’infinita scatola cinese. Il divertente rompicapo comincia già dal prologo quando Carmine Maringola si presenta agli spettatori dichiarando di non essere Sergio Blanco. Un’ affermazione lapalissiana per qualcuno e chiarificatrice per altri ma che nel corso dello spettacolo si rileverà invece brillantemente ambigua. Maringola non è il Sergio Blanco autore, che sta seduto in platea con noi o il Sergio Blanco personaggio della storia? Il testo almeno nella sua prima parte, sarà costellato di continue provocazioni in questo senso e lo spettatore irrimediabilmente si ritroverà a dare la caccia a ciò che a suo parere è realmente accaduto e ciò che invece è frutto della licenza dell’autofinzione blanchiana. Potrebbe sembrare una trovata un po’ picara, bramosa di far sensazione e leva sula curiosità pornografica del pubblico, ma in realtà questa prima fase è una sorta di training, di alfabetizzazione dello spettatore al linguaggio metateatrale e senza esagerare, metafisico del testo. Presto ci renderemo conto che l’autofinzione non è solo un escamotage per rendere intrigante il confine tra invenzione letteraria e verità autobiografica, ma un dispositivo per attuare una serie di rovesciamenti di prospettiva. Come avveniva in Tebas Land, anche ne L’ira di Narciso questo gioco prospettico spazzerà via gli specchietti per allodole dei temi sociali piazzati in diversi punti della sceneggiatura, e sarà la chiave per accedere alla vera significanza, al mistero del testo.

Personalmente trovo che la scelta del Teatro di Rifredi di proporre una lettura scenica de L’Ira di Narciso sia da segnalare con particolare apprezzamento. Un po’ perché, mi ripeto, è stata un modo di osservare in purezza la tecnica autoriale di Blanco ma in generale perché quella della lettura teatrale è una forma di divulgazione interessantissima, leggera e praticabile troppo spesso rivolta solo ad un pubblico di addetti ai lavori o molto specializzato. L’allestimento di ieri sera mi è sembrato volto a rendere usufruibile un’esperienza di questo tipo ad una platea più ampia, creando con pochi pannelli didascalici diversi spazi sul palco nei quali far muovere l’attore lettore e richiamare nell’immaginazione dello spettatore gli ambienti della storia. Anche il lavoro di Maringola, forse interpretativamente un po’ al di sopra del livello di una sobria lettura, è apparso efficacissimo in questo senso perché man mano che lo spettacolo proseguiva l’attore riusciva a monetizzare la chiarezza e l’attenzione ottenuta con qualche pennellata iniziale d’istrionismo per poi risultare concentratissimo e perfettamente equilibrato proprio nei passi più difficili e significativi del testo.

Il pubblico di Rifredi ieri sera ha ricominciato da dove Rifredi aveva interrotto, lungo quel percorso di conoscenza e condivisione di nuove drammaturgie, di altri linguaggi, di altre esperienze. Il focus su Sergio Blanco continua il 23 ottobre con il ritorno di Tebas Land con Ciro Masella e Samuele Picchi. A testa bassa… tra necessità, virtù e splendida bizzarria.