Tre Verità, un solo luogo

Gli spettatori tornano al Teatro di Rifredi per il trentennale delle Tre Verità di Cesira con Gennaro Cannavacciuolo

di David Della Scala

 

Negli anni 90 il rapporto degli italiani con la televisione raggiunse vette di una tale sublime morbosità da far arrossire il barone Sacher-Masoch. Da tempo avevano concesso alla tv di entrare nelle loro case, di cambiare il loro linguaggio, di condizionare abitudini e priorità, e tutta quella nuova educazione sentimentale cominciava a farli sentire abbastanza su di giri da pretendere dalla tv una prova d’amore. Gli italiani volevano entrare dentro la televisione. E vuoi per gelosia, vuoi per amor di paradosso, fu allora che a Pupi e Fresedde venne in mente una strana idea: portare alla gente, nel salotto di casa, non solo uno spettacolo teatrale ma uno spettacolo televisivo con un attore in carne e ossa.

Trent’anni dopo lo stesso attore, Gennaro Cannavacciuolo, e lo stesso spettacolo che allora si chiamava e ancora si chiama “Le Tre Verità di Cesira” vengono ripagati della cortesia: perché stavolta è stata la gente venirli a trovare al Teatro di Rifredi, ovvero la casa di Pupi e Fresedde.

Ma chi è Cesira? Acquaiola del quartiere spagnolo di Napoli, Cesira è uno dei tre “Ritratti di Donne Senza Cornice” di Manlio Santanelli. Esempio di femminea reattività alle asprezze della vita? Certo. Depositaria di quel lucido sguardo che solo le donne sanno far spaziare sullo scorrere del tempo? Ça va sans dire. Cesira è certamente tutto questo, ma è anche e soprattutto una donna coi baffi. E quando davanti al suo banco si palesa un laconico operatore inviato dalla televisione nazionale, Cesira non può esimersi dall’offrire alla telecamera un ritratto di se stessa tutto incentrato sulla sensazionale storia dei suoi vistosi mustacchi. Sono frutto di una complicata eredità genetica? Una mutazione derivata dall’inquinamento? O l’effetto collaterale dell’intercessione di un santo un po’ distratto? Dipende da chi la sta intervistando: il tg1, il tg2, o il tg3?

I diversi filtri da applicare alla realtà a uso e consumo di uno o dell’altro canale della rai tripartitica, il cortocircuito tra la perifericità della vita e l’urbi et orbi della trasmissione nazionale. Per quanto il monologo fosse efficacissimo nel mettere alla berlina i tic dell’Italia teledipendente della fine degli anni ottanta, certamente non poteva prevedere la complessità con cui oggi il nostro rapporto con l’informazione e la comunicazione televisiva è andato declinandosi e un po’ della sensazione che il suo umorismo doveva provocare risulta non pervenuta a riascoltare il testo nel 2021.

Ma è proprio a netto delle sue stoccate satiriche che lo spettacolo dopo tanti anni rivela quello che forse è il suo vero valore: Le Tre Verità di Cesira, sperimentandone l’impatto, traccia tra televisione e teatro una linea di demarcazione netta, inequivocabile. Teatro e televisione sono entrambi imitazioni della realtà. E sono tutti e due linguaggi. Solo che il teatro è anche un luogo, la televisione…no.

Mentre la sua Cesira si produce in improbabili pose a favore della telecamera dell’inviato Rai, Gennaro Cannavacciuolo non pretende dal pubblico che la osserva la sospensione dell’incredulità, anzi. Cesira è una macchietta, non è reale. Coi suoi baffoni, l’uniforme farsesca del personaggio en travesti è buona tuttalpiù per soddisfare la ben nota fame di mostri della televisione, e noi e l’attore che la interpreta lo sappiamo e insieme a lui ne ridiamo. Tutto questo può avvenire per un’unica ragione: perché siamo a teatro, noi e lui. Il teatro dove, per quanto non sia possibile entrare a spettacolo iniziato, pubblico e attori si invitano reciprocamente a un patto che prima di ogni altra cosa è un patto di vicinanza fisica, le cui condizioni rimangono ritrattabili dall’inizio alla fine della rappresentazione. Ma se al contrario vedessimo Cesira su un vero schermo televisivo, l’insensatezza di quel mostro ci assalirebbe lasciandoci due uniche alternative, ovvero spegnere l’apparecchio o rimanere a guardare. Ed entrambe le scelte risolverebbero ogni nostra possibilità di interazione. Colpi di tosse, fischi, ortaggi lanciati contro lo schermo o l’arguto sarcasmo di chi guarda la tv convinto di averne il controllo servirebbero a poco. Ne’ noi, ne’ Cesira saremmo veramente lì, perchè la tv non è un luogo che ha bisogno di essere abitato e ogni discussione sui suoi contenuti è solo retorica, irrilevante dal punto di vista fisico. La tv ha bisogno di noi solo per essere accesa.

Per questo la scelta della regia di Angelo Savelli che non ha ceduto alla tentazione di sporcare Le tre verità di Cesira con forzate attualizzazioni, ma che si è concentrato nel coadiuvare Cannavacciuolo affinché il suo personaggio potesse riapparire, è stata vincente. Perchè Cesira rimane prototipo di un moderno personaggio della commedia dell’arte che fingendo di servire il teleobbiettivo padrone, riesce a ridimensionarlo alla sua originaria natura di strumento. E il monologo di Santanelli continua a dimostrarsi un solido quanto delicatissimo equilibrio tra realismo e surrealismo, un piano di guerra a suon di calembour e più di ogni altra cosa un raffinato playbook per esperti avanspettacolisti, un po’ travestito da teatro sociale ma intimamente connesso con il relativismo a vocazione etica di pirandelliana tradizione. Il modo con cui Gennaro Cannavacciuolo riesce a modulare il susseguirsi dei piani di lettura della rappresentazione è veramente notevole. La scelta di non dissolversi completamente nella protagonista, proprio per mantenerne l’aspetto caricaturale, gli assicura la complicità degli spettatori. Ma quando le verità di Cesira iniziano a stratificarsi, ci scopriamo ormai alfabetizzati dall’attore a un linguaggio che ci farà accedere a una “verità” che non ha nulla a che vedere con l’ironia del titolo, ma più profonda e illuminante come solo una verità tra tante bugie può essere. Particolare oggetto di riflessione nel vedere, o meglio nel sentire, un attore come Cannavacciulo è appunto l’uso della voce: oggigiorno si rischia di risultare un po’ pedanti se si parla della voce degli attori, di lisciare un po’ troppo chi né è un virtuoso o di crocifiggere quelli che ne difettano. Sentire la voce di Cannavacciuolo a teatro riporta la questione al suo giusto peso. La voce di un attore riflette la sua capacità di interazione con lo spazio fisico che lo circonda, che è sempre e comunque spazio scenico e quindi luogo di tutto il suo mestiere. Punto.

Perchè nei luoghi si entra, si prende posto e spazio. Esattamente come hanno fatto lo scorso venerdì gli spettatori che per vedere Le Tre Verità di Cesira hanno raggiunto il Teatro di Rifredi e preso posto platea. E al sottoscritto articolista piace immaginarli mentre spengono la luce del salotto, escono di casa e si chiudono alle spalle una porta che come ogni confine, da sgradito iniziava a diventare comodo rifugio.

Le Tre Verità di Cesira

Info: www.teatrodirifredi.it

Repliche straordinarie venerdì 14 maggio alle ore 20 e domenica 16 maggio alle ore 16:30