Josep Maria Mirò: “Le parole sono intelligenti”

Al Teatro di Rifredi la prima nazionale di “Il Corpo più bello che si sia mai visto da queste parti” di Josep Maria Mirò, tradotto da Angelo Savelli

Di David Della Scala

Se si avesse a disposizione un’unica frase per raccontare i due giorni che il Teatro di Rifredi ha dedicato a “Il corpo più bello che si sia mai visto da queste parti” di Josep Maria Mirò, senz’altro sarebbe quella che ha concluso l’incontro tra l’autore e il pubblico all’indomani della prima nazionale. Mentre ci sta parlando del lavoro di traduzione con Angelo Savelli, Mirò confessa la sua predilezione per la parola italiana che equivale allo spagnolo “Mayordoma”, con cui verrà indicato uno dei personaggi del suo prossimo testo. “Perpetua” dice “Lo trovo eccezionale, molto più bello. E’ un po’ come…per sempre”. All’improvviso sul volto pensoso si accende un’idea, una conclusione alla quale il suo ragionare è approdato molte volte, ma che per Josep Maria Mirò continua a essere una rivelazione: “Le parole sono intelligenti”.
Pensano, le parole dei personaggi di Mirò. Anche quando vengono pronunciate per rabbia o per disperazione, le parole pensano al posto di chi le usa. Sulla soglia di casa di un invisibile interlocutore, esattamente come muti e invisibili saranno gli interlocutori di tutti e cinque i monologhi che compongono il testo, c’è Antonia. E’ lei la madre di quel bellissimo corpo, di quel ragazzo mutilato e crocifisso in un campo appena fuori da una tranquilla cittadina di campagna, ed è di lui, del suo Albert che Antonia vorrebbe raccontarci. Ma le parole di Antonia hanno altri progetti: le escono dalla bocca e libere dalla veste che ha tentato di cucire loro addosso, tratteggiano il ricordo di un altro lutto, ben più antico, che non solo è all’origine di questa nuova sofferenza ma di ogni altra che Antonia si ritroverà ad affrontare.
Perchè in quella cittadina così tranquilla, così per bene, esiste un peccato originale che è orizzonte di ogni evento, un’alta entropia verso cui tutto scivola. Passato e presente si sovrappongono e per distinguere un lutto dal successivo, l’abuso del carnefice da quello della vittima, c’è soltanto una lunga catena di figliazione che ormai nessuno può spezzare. Eppure, per istinto come le anguille o consapevolmente come una stella d’epifania, le parole possono percorrerla all’indietro, e lo faranno. Che ai personaggi piaccia o meno.
Parole che pensano ma anche agiscono, perchè in questo “il corpo più bello….”, concepito come una lettura scenica per un unico interprete, non solo verranno pronunciate le parole dei cinque monologhi, ma anche quelle che sul testo indicano le pause, le annotazioni sui movimenti. Così, mentre la rappresentazione teatrale vivifica le parole della scrittura e le trasforma in mimica e voce recitata, quei segni che normalmente si tradurrebbero in gesti mantengono la loro natura di parole e si stagliano davanti a noi con tutta la potenza che della parola è propria. “Dopo aver letto questo lavoro…” spiega Mirò “…un amico mi ha detto che per metterlo in scena, occorreva un attore che non solo fosse dotato di una grande tecnica, ma che fosse anche un mistico“. L’impressione in effetti è di trovarsi di fronte a un rituale, dove l’attore sul palco attua quella che anche Abel González Melo, autore di un’interessantissima prefazione al testo di Mirò edito da Cue press, ha definito nel corso dell’incontro di approfondimento col pubblico una vera e propria “resurrezione” delle parole scritte sulla pagina. “Non è uno spettacolo che ha un contenuto o un’azione precisa, ma un’esperienza di condivisione con la platea che attraverso l’interpretazione di un attore diviene, assieme a lui, un unico essere umano che vive questa esperienza“.
Chiamata a officiare questo rituale, sola sul palco c’è Maddalena Crippa. Una scelta molto felice, perchè gli strumenti che lo spettacolo richiede non sono comuni e ancora una volta, il suo approccio di ricerca e riflessione sul testo, ma soprattutto la tecnica vocale di cui è dotata si rivelano decisivi. Stiamo parlando di un’opera densa, corposa per contenuto e, cosa da non sottovalutare, anche per durata. Il modo in cui Maddalena Crippa riesce a gestire l’espressività e a dosare l’uso della voce traghetta gli spettatori nell’esperienza immersiva che sta nelle intenzioni de “Il corpo più bello…”, che certamente può contare sulla solida raffinatezza della scrittura di Mirò, dove non esistono “trovate” ma solo elementi portanti e insostituibili, ma che proprio per questo non può prevedere passi falsi. Così, pur credendo alle parole dell’autore che ci ha raccontato di pensare al suo ultimo lavoro come “un dono per l’attore o l’attrice che lo metterà in scena”, non possiamo non sottolineare la grande responsabilità che investe la sua interprete.
“Un dono tale che mi sono chiesta perché sia stato dato a me…” ha commentato con una punta di ironia Maddalena Crippa. “Ma la sua difficoltà e ciò che lo rende evocativo per il pubblico. Mi sono sentita chiamata in causa, un po’ perché mio padre era un amante della lingua spagnola e poi perché mi sento paladina della parola, minacciata da forme di intrattenimento sempre più lontane dal teatro di parola“.
E’ vero. E’ teatro di parola “Il corpo più bello che si sia mai visto da queste parti”, già a partire da quel titolo che di parole è pieno, ma dove nessuna è fuori posto. Oppure lo sono tutte, dato che il corpo sarà straziato, la bellezza starà dove nessuno guarda, la vista sarà l’udito e l’unico vero luogo che la storia abiterà sarà il teatro. Se vogliamo seguire la pista delle parole, è questo il primo indizio: le parole mentono, o sono “simili alla maschera, come nel linguaggio del teatro” per parafrasare lo stesso Mirò. Leggendo e ascoltando la versione italiana dello spettacolo, quello che più colpisce della traduzione operata da Angelo Savelli è che… non si sente. Josep Maria Mirò, che in questa opera afferma di aver trovato una profonda connessione con la sua lingua e la sua cultura, ha ribadito il valore della traduzione di Savelli e in sala abbiamo avuto come l’impressione che il testo avrebbe potuto essere scritto direttamente in italiano. C’è grande stima e grande fiducia tra Mirò e Savelli, e del regista di Pupi&Fresedde sappiamo quanto la qualità dei suoi lavori derivi in parte dall’ essere primo spettatore di quello in cui si adopera, il primo a appassionarsi a ciò che sceglie di proporre al pubblico.
Eppure, non è solo teatro di parola quello che ci è stato offerto da Maddalena Crippa, da Josep Maria Mirò e Angelo Savelli: è stata anche una meravigliosa performance, perchè la parola è potente, la parola è di per se intelligente, ma il vero miracolo avviene quando viene pronunciata. Il corpo più bello che si sia mai visto da queste parti è una partitura grande e difficile, ma se a suonarla è un musicista di valore , chi l’ascolta non può che rimanerne incantato. Per arrivare a quel momento ci sono volute molte cose: la sofferenza di un autore, la sua dedizione, la dedizione di chi ha fatto in modo che le sue parole conservassero il potere di coinvolgere persone diverse e l’intelligenza di un’attrice che se ne è fatta officiante. E per quanto possa essere coinvolto nel meccanismo evocativo de “Il corpo più bello..”, per quanto senza di lui questo meccanismo non potrebbe funzionare, il pubblico tutte queste cose non può e forse neanche deve percepirle a pieno. E’ una cosa meravigliosamente crudele e fa parte del rituale che a Rifredi è iniziato e ancora non è concluso. Con quella partitura, con quella prova d’attrice le parole hanno preso posto da qualche parte dentro di noi. Ormai l’intelligenza di chi le ha scritte, di chi le ha pronunciate e di chi le ha ascoltate a loro non serve più. Sarà l’intelligenza delle parole a fare il resto, che a noi piaccia o meno.