Mermaids on a Dolphin’s Back: canto di sirene e di abissi mancati

Al Teatro Studio di Scandicci, il culto ancestrale e sottomarino prodotto da Fosca

di David Della Scala

Non si può che essere ben disposti alla capacità evocativa che contraddistingue i progetti di Fosca, dove il termine evocativo è da intendersi nella sua accezione magica più che letteraria, più attuativa che proiettiva. Fosca rappresenta una singolarità, proprio perchè preferisce il gesto al simbolo. Così, nella vasta offerta teatrale che intende trattare la categoria del femminile, anche il suo ultimo Mermaids on a Dolphin’s Back, andato in scena al Teatro Studio di Scandicci, spicca per chiarezza nella scelta di metodo: per parlare del femminile, Fosca porta sul palco un sabba. Sabba di streghe, o come in questo caso di streghe del mare, due sirene vestali di un culto ancestrale, sommerso da qualche parte nel tempo, prima di ogni storia o preistoria conosciuta. Pur composto da quadri performativi, dove i corpi in scena si trasformano celando, mostrando e nascondendo di nuovo la propria nudità, lo spettacolo possiede anche un certo potenziale narrativo. Riesce cioè a restituire la percezione di trovarsi di fronte all’illustrazione di una cosmografia marina, costellata di creature e genti antichissime che popolano una vera e propria epica. Prodotto in collaborazione con il Centro Nazionale di Produzione Virgilio Sieni, Mermaids on a Dolphin’s back inizia mostrandoci la nascita di due di queste strane creature: dai bozzoli di tessuto grigio spuntano le parti inferiori dei corpi di Cristina Abati e Angela Burico, ed ecco che quella posa, innaturale per una figura umana, comincia a sembrarci l’articolazione degli sconosciuti mostri marini, come sconosciute e mostruose sono ancora oggi molte creature degli abissi. L’attenzione si concentra sulla porzione di nudità che non è coperta dal velo e così le gambe divengono pseudopodi e le natiche musi dai lineamenti alieni, mentre attraverso scambi di sovracuti e vocalità sguiscianti i due dialogano tra loro. A partire da questo primo incontro zoologico, sarà proprio la sperimentazione sonora ad accompagnarci attraverso un universo sommerso dove il canto, la concretezza dell’emissione vocale e il potere declamatorio della parola non sono solo linguaggio, ma interazione non mediata tra soggetto e ambiente naturale, e del quale sono quindi abitanti privilegiate le sirene. Hanno natura antropomorfa le sirene dell’Abati e della Burico, con i seni nudi e i capelli selvaggi da strega, ma parlano e pensano con l’entropica armonia di creature primigenie, ancora non troppo distanti dagli dei che le hanno create. Parlano d’amore con collage di versi poetici, intrecciano armonie di canti in perenne oscillazione tra melodia e musica concreta d’avanguardia. Intrecciano i loro corpi in nuove mutazioni dove, come in ogni cosa che fanno, l’arbitrio non è distinguibile dalla ragione naturale. Altro fattore chiave della sperimentazione sonora di Mermaids on a Dolphin’s Back è il silenzio. Lo spettacolo ha molte pause di silenzio, violate soltanto dal gocciolio dell’unico elemento di scena, una sottile doppia vasca di vetro che stilla un piccolo getto d’acqua. Il silenzio ci fa riappropriare della percezione dello spazio circostante, quello del teatro, che in un momento particolarmente interessante viene sondato con il lancio di piccolissimi oggetti, che le sirene sfoderano dai loro bozzoli e scagliano oltre il perimetro del palcoscenico, rimanendo poi in ascolto insieme al pubblico della eco prodotta dal loro rotolare. E’ potente l’effetto che suscita questo lavoro in chi l’ascolta e lo guarda e senza dubbio se ne deve riconoscere il valore di indagine propriocettiva, che coinvolge non solo le performer ma anche il pubblico. Tuttavia di questa sua ricerca rimane in qualche modo prigioniero, trincerandosi dietro a una scansione non sempre efficacie. Probabilmente lo tradisce proprio quella bella sensazione di trovarsi di fronte ad un’epica che tra le pieghe della performance emerge, ma poi viene disattesa, non sufficientemente esplorata. Le pause, il silenzio, l’alternarsi dei quadri frammentano la visione di insieme, e finiscono per affaticare anche lo spettatore fino a poco prima ben disposto a lasciarsi suggestionare, sovrastare dalla forza delle immagini e dei suoni. Ciò che vorremmo è rimanere immersi in quell’ancestrale oceano di voci e di corpi, anche a costo di perdercisi dentro.

 

——  Questa recensione è stata pubblicata anche su Rumor(s)cena —-

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