La verità di Macbeth nella grotta della finzione

Al Metastasio di Prato, l’esperimento teatrale di Carmelo Rifici attorno al Macbeth

di David Della Scala

C’è qualcosa di respingente nel Macbeth“. Così Leda Kreider durante Macbeth, Le cose nascoste diretto da Carmelo Rifici, descrive l’aspetto più interessante e terribile della tragedia di Shakespeare. E’ vero, nel Macbeth c’è qualcosa di oscuro che sembra non voler essere compreso: al punto che negandosi all’essere oggetto della nostra comprensione, riesce a mantenersi soggetto capace di inquietare, di turbarci. Ed è un duro colpo per noi, armati di corposi manuali di morfologia del racconto, delle nostre religioni che sembrano scienze e di nuovi catechismi scientifici, riformati al preciso scopo di fornirci risposte. Abbiamo anche la psicologia e sappiamo che lì, tra quelle battute, ci sono il parricidio, la paura della morte e il senso di colpa. Eppure ancora non basta. Perché è vero che tutto potrebbe essere spiegato dal mestiere di un bravo drammaturgo che ha saputo partorire un labirinto archetipo, o magari una bella macchia di Rorschach. Ma allora…perché fa così male?

Il valore di Macbeth, Le cose nascoste è quello di riportare la psicologia, il simbolo, l’indagine introspettiva, il teatro e tutto ciò che oramai era divenuto fine, al suo necessario ruolo di mezzo. Lo spettacolo nasce da un invito, una lettera spedita nel Dicembre del 2018, dove Rifici e Angela Demattè chiedevano ad attori e non attori la disponibilità a partecipare a dei colloqui con lo psicologo junghiano Giuseppe Lombardi e Luciana Vigato, esperta di comunicazione. Unica condizione: dovevano prima rileggere, o leggere, il Macbeth.

Nel prologo lo spettacolo prevede proprio un interplay tra ciò che di quegli incontri viene replicato sul palco dagli attori in carne ossa e le riprese effettuate al tempo. Il risultato è un suggestivo esperimento metateatrale dove gli interpreti, interrogati in scena da Angela Demattè e Simona Gonnella attorno al significato profondo del Macbeth, vengono poi messi alla prova, rivedendosi e riascoltandosi nei colloqui sostenuti col Dottor Lombardi. Ma se a Macbeth le tre streghe offrivano oracoli lusinghieri, lo psicologo e le due autrici non risparmiano agli attori responsi diretti e spiazzanti. E nel momento stesso in cui vorrebbero usare il filtro delle loro capacità teatrali per edulcorare, dissimulare o platealizzare, invece vengono messi a nudo. La suddivisione del testo in tre quadri principali potrebbe trovare analogia col procedimento alchemico della Grande Opera: ebbene, questa prima fase sembra avere sia i connotati dell’Abedo, la purificazione, che della Nigredo, la fase distruttiva propedeutica al percorso di trasformazione. Un momento delicatissimo che, pur nella finzione teatrale, mette gli attori nella condizione di richiamare lo spaesamento e il disagio nel venir disarmati della propria maschera.

Ma soprattutto ce li fa conoscere. Angelo di Genio, Tindaro Granata, Maria Pilar Pérez Aspa, Elena Rivoltini, Alessandro Bandini e più tardi Alfonso De Vreese e Leda Kreider: ci pare quasi di averli in pugno con le loro fragilità e i timori che nutrono nell’affrontare l’oscurità di Macbeth.

Attenzione però, sempre di attori si tratta. Ma se vi siete fidati tanto meglio: state per godervi un grande spettacolo. E’ un’opera al rosso, una Rubedo appunto, la seconda parte dove le soluzioni sceniche di Paolo di Benedetto e il cromatismo ideato da Gianni Staropoli incorniciano immagini potentissime, all’altezza della poesia di Shakespeare, ma che incontrerebbero senza dubbio il gusto sanguinolento del buon Middleton. Ed è qui, nella rappresentazione della tragedia vera e propria, che ogni tratto con cui gli attori si sono descritti viene disatteso, ribaltato. Nelle loro due versioni di Lady Macbeth, riconosciamo l’indignazione compressa in senso di colpa di Pilar e il disorientamento tra materno e femminile di Leda, eppure entrambe spingono gli eventi lungo l’affondo del delitto. La contorsione dell’etica di Alfonso annega nel sangue di Re Duncan, l’accettazione della propria fisicità che Elena diceva di saper trovare solo nella sua voce, diviene il canto etereo ma non meno tagliente di una lama che scandisce la rovina dei personaggi. La giovanile spregiudicatezza di Alessandro scompare, mentre si fa vittima innocente della barbarie alla quale plaudeva. Le verità che ci hanno confessato divengono strumenti della messa in scena, dove ogni cosa ha valore nella misura in cui è utile a raccontare Macbeth. Questo è l’impegno richiesto agli attori: maneggiare la propria intimità né più né meno come un qualsiasi altro dispositivo scenico-narrativo.

Il tutto, sempre in costante scambio con gli elementi di preproduzione: i video, le sonorizzazioni, i meccanismi scenografici. Il consueto rischio di mancare per omogeneità o al contrario, di appiattirsi preferendo rimanere nella formula performativa da installazione multimediale, c’è. Ma se è vero che non sempre la convivenza tra queste due dimensioni riesce, la sensazione di trovarsi di fronte a una lotta più che a una danza restituisce un certo gusto. Tanto che, quando l’elemento umano ha la meglio, ci si ritrova immersi nella profondità espressiva che la recitazione sa ricavarsi. Ad esempio, Tindaro Granata e Angelo Di Genio osano e osano moltissimo. La dimestichezza di Granata nel far apparire licenza ciò che è precisa strategia ritmica, o affabile impaccio quello che in realtà è una vigorosa stretta attorno alle redini della scansione narrativa, dilata e reimposta le porzioni di tempo che lo vedono in scena. Angelo Di Genio dissemina l’atto unico di appigli per un approccio fisico che vivifica tutta la recitazione complessiva, tanto che i due complici arrivano ad azzardare una cosa che vince già nel momento in cui lascia completamente straniti: nella seconda parte Di Genio e Granata non solo si scambiano i ruoli di Macbeth e Banquo, passandosi il testimone di alcune piccole sbavature di caratterizzazione, ma addirittura giocano a imitare i rispettivi stili recitativi. Granata interpreta Di Genio e Di Genio interpreta Granata.
La parte finale, forse il culmine dell’Opera al Rosso o il raggiungimento di una Crinitas, raccoglie le conseguenze del crescendo espressivo e nel contempo tira le fila del ragionamento autoanalitico iniziale. Nel suo colloquio con il Dottor Lombardi, a Tindaro Granata era stata indicata la possibilità di ricercare una sintesi tra il mondo arcaico del quale in molte occasioni si è dichiarato originario e l’appagamento delle aspirazioni legate alla realtà contingente che è riuscito a raggiungere. La grotta delle weird sisters ospita quindi il rituale contadino del sacrificio, del dissanguamento e della macellazione del maiale, descritto e operato in scena sul corpo ricoperto d’oro del figlio di MacDuff, interpretato da Alessandro Bandini.

Dall’esperimento di Macbeth, Le cose nascoste psicologia, letteratura e tecnica scenica emergono nella loro immagine migliore e le diverse competenze di chi ha risposto alla chiamata del progetto dimostrano una misura etica esemplare. Partecipare al gioco con la leggerezza e la serietà che un gioco richiede, convinti che la finzione sia il luogo delle verità più grandi e necessarie. Tanto per usare una sola parola… teatro.

 

Questa recensione è stata pubblicata anche su Rumor(s)cena: La verità di Macbeth nella grotta della finzione | Rumor(s)cena – Culture teatrali cinematografiche e letterarie backstage, interviste e temi sociali – istruzioni per una visione consapevole (rumorscena.com)