Cocorosie e Robert Wilson, persi in una giungla di bravura



Al Teatro Della Pergola, unica data italiana per Jungle Book di Robert Wilson con le musiche di CocoRosie

Di David Della Scala

Una volta le storie passavano di bocca in bocca. Oggi invece, come si dice, ci vogliono i mezzi e da circa settecento anni i mezzi migliori sono le immagini: chi sa maneggiare le immagini ottiene la patente di raccontare storie.
Dunque, la risposta alla domanda: “The Jungle Book diretto da Robert Wilson ha ragione di esistere come versione teatrale della storia di Mogwaii?”, non può che essere positiva.        Il Libro della Giungla di Wilson ha dignità proprio in virtù della potenza delle immagini che il regista texano ha saputo portare sul palco e nelle uniche date italiane al Teatro della Pergola, il gioco tra onirico e veristico con cui ha materializzato gli spazi della savana nonché i dieci episodi tratti dalle pagine di Kipling, sono stati per gli occhi degli spettatori un sorso di pura gioia. Eppure, il ragionamento su una produzione del genere non può fermarsi soltanto a questo, che sicuramente ne è un punto di forza. Perché, a dire il vero, di punti di forza The Jungle Book, creato dal Théâtre de la Ville di Parigi, ne aveva dichiarati tanti altri e, almeno a livello di intenti, ne disponeva in quantità: l’impiego della fisicità degli attori e dei loro gesti, la composizione delle musiche interamente affidata al duo elettro pop Cocorosie, una riflessione profonda sui temi del testo originale. E allora la seconda domanda potrebbe essere: “Che spettacolo si è generato da questa commistione di intenti?”. Be’, stavolta rispondere è più complicato.

Le musiche. Cocorosie, il progetto delle due sorelle Sierra e Bianca Casady, è attivo dai primi anni di questo millennio. Lo stile delle Cocorosie è definito dal loro approccio: una ricetta creativa basata su un’ attitudine alla enfant terrible, con suoni estrapolati o ispirati dai giocattoli a pile della seconda metà del novecento, impastati con pop elettronico, noise rock e una poetica allusiva che si risolve nella metrica tipica delle filastrocche. Le canzoni create per The Jungle Book, sebbene testimonino una certa maturità raggiunta per sottrazione dal duo americano, sono in linea con questo stile e non del tutto convincono nel ruolo di colonna portante del lavoro, forse un musical o un’opera lirica moderna. Da parte delle autrici si avverte la coscienza della responsabilità che Wilson ha affidato loro e senza dubbio, un’introiezione delle tematiche de Il Libro della Giugla, ma le liriche risultano perennemente trincerate dietro a un ghirigoro ermetico che si cautela lanciando frasi a effetto, slang e ritornelli-mantra a mo’ di contentini per il pubblico. Alcuni bei momenti ci sono, in particolare quelli incorniciati da pezzi che hanno l’aspetto di parodie di una forma canzone più classica, che “sporcata” dal mood plasticheggiante delle Cocorosie risulta impreziosita. E’ il caso del pop jazz con cui una sinuosa Bagheera prende la parola al tribunale della giungla, dove Olga Mouak, fino a quel momento un po’ in disparte nella coralità della rappresentazione, riesce a inchiodarci alle poltrone e contemporaneamente a portarci con la musica da un’altra parte. Bello.
Ma nel complesso l’alternarsi delle canzoni in scena scorre senza costruire un crescendo emotivo e questo lo fa assomigliare a qualcosa che paradossalmente potrebbe essere un “centone di inediti”. A mascherare il tutto, un’esecuzione di buonissimo livello: il Mogwaii solista di Yuming Hey ha le carte in regola dell’attore prestato al canto che sa mantenersi in equilibrio tra l’espressività e la performance musicale. Inoltre, nel golfo di fronte al proscenio, suonano dal vivo professionisti di sicuro spessore. Assieme a Vincent Leterme al piano e Asya Sorshneva al violino, c’è Douglas Wieselmann, polistrumentista già turnista e collaboratore di Marc Ribot, Lou Reed e Yo La Tengo, che trai molti interventi esegue un breve ma acidissimo assolo di chitarra elettrica del quale gli siamo grati. Bravissimo anche il rapper parigino Tez che microfono alle labbra dalla buca d’orchestra materializza i suoni della giungla indiana con canti di uccelli esotici, ruggiti, echi lontani di misteriosi animali.
Altro aspetto di cui si è molto parlato è la composizione del cast, a detta di Robert Wilson scelto comunque tra professionisti, ma selezionati non tanto per virtuosismo, quanto per “personalità”. E’ vero, nei panni degli animali della storia con i loro costumi che rimandano piacevolmente a una recita scolastica da film americano, ci sono artisti diversi per presenza e immagine. Ma nel grande meccanismo delle scene di Wilson e lo scorrimento del filo narrativo e musicale, pochi emergono e quasi tutti rimangono costretti in spazi che non permettono la piena espressione e una vera connessione empatica col pubblico. Persino quando si percepisce che si sta aprendo una parentesi solista, il tessuto drammaturgico (che tra lazzi e fuochi di artificio rimane comunque piatto), non ci prepara a pieno per godere del momento e una volta finito, si riparte a capofitto verso nuove trovate in modo da non sentirsi orfani di ciò che poteva essere. Tra le vittime di questo vizio il Baloo di Francois Pain Douzenel. Douzenel fa quello che può, armandosi di una sua chiave interpretativa che, strizzando gli occhi si può intravedere, ma che ahimè alla fine non può dirsi pervenuta. Trai pochi a spuntarla, forse per bellezza del costume, incisività della mimica o più probabilmente per maggior spazio, Laetitia Lalle Bi Benie, col suo elefante a volte partecipe dell’azione, ma soprattutto voce narrante della storia.
Una storia che in ogni caso, è raccontata non benissimo, ma con nozione di causa. Per rendersene conto è necessario guardare oltre i testi fumosi delle canzoni e persino oltre quella prima donna che sa di valere da sola il prezzo del biglietto, ovvero l’impianto delle scene e delle luci. Perché laggiù, dietro tante trovate, la storia c’è; e Wilson e le Cocorosie, l’intenzione giusta con cui rileggerla e raccontarla, ce l’hanno. E francamente è un piacere accorgersi di come abbiano voluto tenersi lontani da interpretazioni antispeciste o ecologiste, restituendo anche con licenze e spostamenti narrativi la complessità del ragionamento di Kipling intorno alla categoria delle storie di formazione. Per Wilson e le Cocorosie i personaggi sono tipi umani e non tipi di animali e Mogwaii non è un cucciolo di uomo ma l’Uomo, condannato alle opposte vertigini del respingimento e dell’accettazione. E’ ironico che questi tre autori che avevano tanto chiaro un concetto importante, siano anche stati artefici del suo intorbidimento: Wilson nella sicurezza del proprio mestiere, che avrebbe appianato ogni lacuna e fatto alzare le mani a ogni possibile detrattore; le Cocorosie, insicure di essere all’altezza di un messaggio così grande, affannate a sommergere di parole il pubblico per ubriacarlo di poesia.
Ma per fortuna, con tutta questa bravura in giro, qualcosa si è salvato: prima di tutto, pur nel suo unico atto il Jungle Book di Wilson si presenta non come un racconto unico ma come una raccolta di storie, ovvero ciò che era Il Libro della Giungla originale. Vivaddio, perché si tratta di una differenza delicata, la cui percezione è andata perdendosi nel corso degli ultimi cento anni, sia da parte di chi legge che di chi scrive, ma che andrebbe recuperata e che in questo spettacolo appare finalmente nitida, ben modulata, anche nel compromesso richiesto da un testo teatrale. E poi, lo scontro tra Shere Kahn (un discreto Heza Botto) e Mogwai: ai confini del villaggio degli uomini, nell’ atmosfera cerulea che aleggia sopra ai molteplici piani scanditi dal filo spinato e dalle trappole, la lotta tra i due contendenti è appena accennata ma frammentata all’infinito dai loro gesti. Fino al colpo finale, in cui ci viene restituito il fiato che tenevamo sospeso.
Sarà che, anche se una storia cambia ogni volta che viene raccontata, qualcosa della storia originale rimane sempre. E per chi narrando perde il filo, questa può essere la salvezza.