Un mostro nudo, tutto vestito di voce

Al Teatro Di Rifredi fino a stasera, 5 maggio: La Merda

Ci sono degli spettacoli ai quali si assiste con la convinzione che tutte le storture e le brutturie messe in scena non ci riguardino. Che in quel  ritratto crudo e impietoso non si parli di noi personalmente, ma tuttalpiù di chi ci siede accanto nel buio della platea.  Annuiamo , applaudiamo e intanto pensiamo alle parole che useremo per descrivere  quello che sta succedendo sul palco:  “denuncia”, “teatro civile”, “pugno nello stomaco”, “amara riflessione”, “forte ma necessario” e via dicendo. Parole che sciolineremo con cura per prendere le distanze da tutto quello contro cui nel testo si punta il dito. Dopotutto siamo dei progressisti noi, strenui difensori della satira, alieni a qualsiasi sciovinismo,  noi  gli spettacoli scomodi li capiamo e li apprezziamo. Certo, quel mostro rappresentato sulla scena esiste, ma nella maniera più assoluta non possiamo essere noi.

E quando entriamo in sala il mostro è già sul palco: è una donna completamente nuda. In silenzio ci lascia cercare il nostro posto, spegnere i cellulari e alzarci per far passare uno spettatore ritardatario. Poi le luci si abbassano ed ecco che lei, il mostro, comincia a parlare. Ci racconta della sua infanzia di ragazza bruttina, trascorsa nel mito della virilità di un padre intimamente impotente che da piccola le raccontava sempre  di come l’Italia fu fatta da uomini piccoli quanto lui e da donne che da un lato tenevano alta la bandiera e dall’altro aprivano la camicetta per far intravedere un seno allo scopo di imbarzottire il senso patriottico. Ci parla di come  quel ruolo di arrapante Marianna lei oggi lo voglia conquistare facendosi strada nel mondo nazionalpopolare della televisione, dei piccoli  ruoli da attrice di pubblicità.  Del resto anche ai tempi del Risorgimento o delle grandi Rivoluzioni il fine era incerto, gli scopi pure, ma allora come oggi a unificare e dare un senso alle cose risuonava un jingle: parlava di fratellanza, d’Italia,della chioma della vittoria… ve lo ricordate?

Lei  se lo ricorda a memoria, lo ha fagocitato imboccata dal padre e insieme a quello ha ingurgitato anni di spot pubblicitari, tonnellate di spaghetti al pomodoro, litri di caffè fatto in casa con la moka, ore e ore di salotti televisivi. In attesa di un provino nel quale la vogliono opulenta, di questo si ingrassa, disposta a tutto pur di avere il suo momento di notorietà.

Ecco: come possiamo essere noi simili a lei? Noi che, ci ripetiamo, sappiamo distinguere tra contenuto e retorica. Noi che sappiamo per cosa lottiamo e conosciamo ciò che ci fa da nutrimento. No, non siamo noi quel mostro sul palco.

Ma poi arriva la Merda, quella vera. E se solo avessimo il coraggio di voltarci a guardarla dopo averla espulsa dalle viscere,  capiremmo invece che con quella donna nuda e mostruosa abbiamo molto, molto in comune.

 

La Merda è il prezioso frutto di due intelligenze. La penna di Cristian Ceresoli  capace di sciogliere temi complessi con l’immediatezza delle parole e la padronanza gestuale e vocale di Silvia Gallerano,  il corpo della quale è un vero proprio strumento musicale. Un corpo nudo, tutto vestito di voce che dal profondo  produce urla lancinanti e grassi ruggiti , dissonanti stridii e ritmici balbettii. Una melodia interna che incanta e al contempo fa provare la paura di poterci cadere dentro e venire fagocitati a nostra volta.

 

David Della Scala